Uomo barbuto ci fai un baffo

Sabato 25 febbraio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ragazzi, che barba. Fateci caso in giro: gli uomini con la barba sono ormai la grande maggioranza. Se la portano orgogliosi come un santissimo. Forse si credono più tenebrosi e affascinanti. Difficile che si credano più intellettuali nel Paese in cui per trovare un congiuntivo devi andare a “Chi l’ha visto?”. Possono aver sentito parlare di “hipster”, gli anticonformisti americani tra gli anni ’40 e’50 del secolo scorso, quelli al loro tempo tanto amanti del jazz quanto ora sarebbero tutti prostituiti alla cucina vegana. Ne parlano i periodici tanto desiderosi di darsi un tono quanto spacciatori di ogni genere di tendenze inesistenti. Categoria a parte i giovani più noti come “nerd”, quei diciottenni californiani tutti visi cisposi, bermuda, infradito, magliette al baccalà ma che con un computer in mano possono inventarsi roba da cento milioni di dollari in un minuto netto.

 MODA DILAGANTE Mettiamola come vogliamo, ma insomma viviamo un tempo barbuto. Frutto molto più banalmente della scarsa voglia di radersi ogni giorno. Diciamo incolti. E sordi ai tre comandamenti di Berlusconi per i suoi agenti pubblicitari: faccia intonsa, niente forforina, gomma salva-alito. Tempo barbuto con punte pelose nei 60-70enni che, per non denunciare la loro età, tutto dovrebbero fare tranne che esibire barbe inesorabilmente bianche che qualcuno contrabbanda per brizzolate. Spesso con varianti pizzetto e baffi. Sempre con ciglio alzato ma mascella cadente all’età in cui sono più capaci (purtroppo per loro) di buoni consigli che di cattive azioni. Segno del viale del tramonto, quando per esempio si guardano le donne con bontà e non più con occhi di tigre.

 E non ne parliamo neanche di quelli che oggi sono i simboli più disgustosi di un tempo votato al peggio e al brutto: i calciatori. Dovrebbero fare un concorso, anzitutto per premiare la squadra che ne conserva ancòra qualcuno nativo o indigeno, cioè italiano. Ma poi quale squadra ne conta ancòra uno non tatuato come un appestato, con la testa non smerigliata come una biglia, con una faccia non da avanzo di galera. Ma soprattutto, eccola, con la barba, dalla quale il sudore goccioli come l’unto da un involtino.

 Variante, i baffi. Utili, pare, come strumenti anti-ansia, da arricciare come d’estate gli uomini si arricciano i peli sudaticci in petto. Ma anch’essi più diffusi dei politici voltagabbana in Italia. E a forte rischio sedimentazione di cucinato. Mentre secondo uno di quei periodici tanto più chic quanto più choc, Emma Bovary ne era particolarmente sensibile: “L’odore dei suoi baffi le penetrava l’anima”. Si ritiene qualcosa alla vaniglia. Riferimento letterario che tracima, chessò, allo scrittore Mark Twain coi baffi alla tricheco, al poeta Rainer Maria Rilke con quelli spioventi, per non dire del pittore Salvador Dalì, i cui baffi, più che baffi, erano due armi improprie più pericolose di una promessa di Renzi.

 MACHO ADDIO Eppure, nonostante queste facce non arate e queste teste azzerate (di capelli), si teorizza che il trenta per cento di ciò che la cosmetica vende in Italia sia maschile. Che gli italiani siano secondi solo agli spagnoli in Europa nella classifica di chi si depila con più frequenza. E si conteggia che un’operazione di plastica su sei sia eseguita su un uomo. Risultato: diminuito il tempo degli svaghi tradizionali (dal calcetto alla pizza con gli amici), aumentato quello della cura personale. Cura più dell’aspetto esteriore che degli afrori da uomo vero, ritenendosi da uomo vero soprattutto quelli ascellari da svenimento immediato.

 Uomo vero al quale, invece, pare che di vero sia rimasto meno dei sorrisi di D’Alema. Fino alla creazione su Facebook di una pagina dal titolo: “Gli uomini sono le nuove donne”. Per ironizzare non tanto sulla incomprensione fra i sessi, più vecchie dell’Uomo di Altamura. Ma sul cambio dei ruoli. Con le donne unite nel grido di dolore verso uomini non più intraprendenti come un tempo, non più galanti, non più appunto con lo sguardo di tigre. Uomo post-moderno che, per riferirne solo una, se lei gli chiede se stasera viene a dormire a casa sua, risponde che non può perché non ha il ricambio. Il ricambio. Oppure: Sali? No, devo alzarmi presto domani mattina. Avendo smarrito il brivido di certi risvegli incandescenti.

 Ecco allora che, mentre perdono la guerra dei sessi, i maschietti affidano l’improbabile rivalsa a barbette, baffetti, beccucci, teste nude e crude, tatuaggi, percing e quanto di peggio ci possa essere per mostrarsi più sgradevoli. L’era del post-corteggiamento nella quale, orribile, a cena si fa pagare a lei la sua parte altrimenti lei non si sente emancipata. Il rapper Fabio Rovazzi (baffetti inclusi) canta “Andiamo a comandare”. Evidentemente l’uomo ritiene di poterlo fare con la sua barbetta da illusorio “macho”. E non ha capito che andava combattendo (se pure) ed era morto.