Sono convivente non il diavolo

Sabato 4 marzo 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dalle nostre parti si dice: ho cercato grazia, ho avuto giustizia. Nel senso che uno spera in una parola buona ma si ritrova mazziato come dopo un autogol o dopo aver perso il treno per un minuto. La parola buona non l’hanno avuta finora i giovani che convivono invece di sposarsi. Chissà se ancòra in peccato mortale come quando si era lo scandalo della famiglia e del paese. Ma qualcosa del passato deve essere rimasto se solo una settimana fa papa Francesco ha dovuto venir fuori con una di quelle sue che fanno fare pater-ave-gloria ai cardinali che si credono più cattolici di lui. Accoglieteli questi giovani conviventi, ha detto ai parroci più capaci di puntare il dito che di tendere la mano. Perché Gesù ha affidato a Pietro le chiavi per aprire il regno dei cieli, non per chiuderlo. Così come si chiudono le chiese per la pausa pranzo manco fossero uno sportello bancario.

 LA BENEDIZIONE DEL PAPA Ché poi, non è che ci sia tanto da far finta di niente. Dal 2008 le unioni di fatto si sono più che raddoppiate, superando ora il milione. Mentre nello stesso tempo si sono avuti 57mila matrimoni in meno. E uno su quattro dei nati ha ora genitori non sposati. Che facciamo di queste pecorelle smarrite numerose quanto una città come Napoli? Da qualche parte devono averle considerate appestate perché sua santità fosse costretto a far capire che la chiesa non può sfasciare tutto come un Pd qualsiasi. E che, se due convivono, non è perché vogliano fare un peccato più mortale di uno che chiede le tangenti. Allora la chiesa deve essere come un ospedale da campo che curi le ferite dell’umanità. Deve uscire dal recinto. Aprire le porte a chiunque bussa chiedendo aiuto. Senza prendersela, per carità, con i parroci, ai quali forse era stato detto che se due non pronunciano il fatidico “sì” davanti a loro, significa che sono posseduti dal diavolo, anzi che calpestano le aiuole.

 Anche perché tra “preferire” convivere ed esserne “costretti” c’è la stessa differenza che passa fra Renzi e D’Alema. Mica se lo sono inventato loro, i giovani, un mondo in cui sono costretti a restare a casa di mamma fino a 35 anni. Un mondo in cui se devi fare il mutuo per la casa non devi essere pagato coi voucher ma avere uno stipendio più improbabile di una gentilezza di Salvini. Un mondo in cui se hai un figlio rischi di finire alla mensa della Caritas (anche perché i poverini già nascono a loro insaputa con 30mila euro di debito statale a testa). E non se lo sono inventato loro un mondo nel quale manca un’altra materia prima non meno fondamentale: i giovani, appunto perché si nasce sempre meno e si invecchia sempre più. Altro che convivenza o non convivenza. Qui è solo sopravvivenza.

 SPOSARSI, CHE PROBLEMA Dice: ma anche in queste condizioni ci si potrebbe sposare. Ignorando quanto costa un matrimonio (una delle poche cose che fa girare ancòra l’economia). E ignorando che non si può fare un progetto di futuro se manca il futuro. Ecco allora le famiglie non famiglie. Il cui vantaggio è non essere nel conto delle oltre 83mila separazioni e degli oltre 55mila divorzi di ogni anno in Italia. Ecco perché Francesco invita alla rivoluzione della tenerezza più che a quelle barriere pastorali che sono muri alla Trump mentre c’è bisogno di ponti. Ecco perché i parroci devono essere compagni di viaggio. Ecco perché devono essere più capaci di ascolto e comprensione che esperti di burocrazie e di articoli del codice. E poi, se la chiesa non aiuta chi non ce la fa, non può aiutare solo quelli che vantano di essere più figli di Dio di altri. Farisei, si chiamano.

 Insomma basta con la fede dei “si può” e “non si può”. Per questo bastano Casaleggio e Grillo. Anzi una convivenza il più delle volte è l’anticamera del vestito da sposa. E siccome non è che Francesco sia venuto per caso, ha aggiunto che bisogna trasformare queste difficoltà in opportunità. Non una Pubblicità del Mulino Bianco ma un Machiavelli originale. Né Francesco ha omesso di ricordare di essere uno arrivato dall’altra parte del mondo. Nella sua Buenos Aires proibì di celebrare i “matrimonios de apuro”, cioè “di fretta”, come quelli che in quattro e quattr’otto si facevano da noi dopo la “fuitina” dei due svergognati. Perché allora non si sarebbe liberi solo perché la gente mormora. Meglio una convivenza matura che un matrimonio immaturo. Una convivenza in attesa della libertà, e poi mamma, papà e il bambino li ha visti entrare in chiesa e così sia.

 Ovvio come una vittoria della Juventus che la Francescata abbia creato “dubia” in quei sunnominati cardinali già pieni di “dubia” per le aperture ai divorziati e ai risposati. Si tratta di capire se la chiesa, nel suo grande disegno, debba pretendere che a cambiare sia il mondo o se debba interrogare se stessa. Nel frattempo il rischio è che quella mamma, quel papà e quel bambino di Buenos Aires se ne vadano alle giostre.