Ma al Sud non ci sono gli zecchini di Pinocchio

Venerdý 24 marzo 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Vi sembra normale continuare a vedere tanti vostri giovani meridionali andar via non solo per cercare un lavoro ma ora anche per studiare? No, professor Prodi, a noi no, e a lei? L’ex capo del governo italiano e dell’Unione europea non è mai stato un nemico del Sud. Ma quando si parla di Sud è come quando si parla di razzismo: non è il Nord a essere razzista, è il Sud a essere meridionale. E se si continua col paradosso, significa che è il Sud a non funzionare. Laddove la conclusione è che anche quando il Sud cresce, aumenta il divario col Nord. Fino all’animo in pace: Sud malato inguaribile, è come se anche le terapie d’assalto fossero omeopatiche. Amen.

 Vedi ora. A non voler essere disfattisti, è un momento in cui il Sud potrebbe andare a ringraziare padre Pio. Ci sono sostanziose agevolazioni per chi vi investe, insomma incentivi. Sono stati stanziati 4 miliardi per i poveri, dieci meridionali su cento contro i sei su cento del Centro Nord (sperando che non vada come un’altra volta, quando in vista degli aiuti furono fatti sparire statisticamente un milioni di poveri del Sud). Ci sono i Patti regione per regione, anche se bisogna ignorare che tutti i soldi ci saranno solo nel 2020. Si sta trattando per strappare all’Europa zone economiche speciali per Gioia Tauro, Napoli, Salerno, Bagnoli, Taranto, Matera.

 Queste piccole oasi significano meno tasse, credito più facile, meno costi doganali. Anche qui per attrarre attività. Si è parlato anche di una per l’Expo di Milano, ma deve essere sembrata una provocazione alla Sgarbi anche per chi l’ha pensata. Ce ne sono 2700 al mondo, una settantina in Europa. E ovunque hanno fatto meraviglie. Essendo per il Sud disponibili 617 milioni annui, si pensa possano attivare 2 miliardi annui di iniziative private. Che per il Sud sarebbero come gli zecchini di Pinocchio, ne butti uno a terra e cresce l’albero.

 Ma il Mezzogiorno d’Italia non è un posto qualsiasi, e non solo perché ci sono i trulli di Alberobello e Checco Zalone. Non è un posto qualsiasi perché è stato finora il posto d’Europa a più alta intensità di attese come queste ultime e a più alta intensità di delusioni. Il risultato è che dal 1951 a oggi, il Sud è passato dal 60 al 46 per cento del reddito del Centro Nord. E fossero state prese a Napoli o Bari le decisioni che lo hanno riguardato, allora piangano delle loro incapacità e zitti. Sono state invece prese a Roma. Facendo sorgere il sospetto di una grande presa in giro ancorché ben spacciata. Anche perché mentre al Sud si dava con una mano, con l’altra si faceva altro.

 Esempio? Eccone un altro fresco fresco. Nei giorni scorsi il ministero ha ripartito i fondi per le associazioni culturali nazionali. Essendocene ovunque, ed essendo l’Italia un Paese unito da 156 anni, e credendoci ancòra, per la prima legge della logica uno si attende che se ne tenga conto. Ma per il Sud non vale la prima legge della logica, vale la prima legge della fregatura. Cosicché le associazioni finanziate sono tutte del Centro Nord. Prestigiose, per carità. Da noi si dice come le uova delle monache: grosse, piene, a due rossi e a poco prezzo. Ma per esempio, il Festival della Valle d’Itria? Non all’altezza di un Festival di Pesaro o di un Centro europeo Toscolano. O, più che non all’altezza, alla latitudine sbagliata.

 Fosse solo questo, può capitare. Ma poi vedi che, mentre si promette, la spesa pubblica per i servizi essenziali continua a essere minore al Sud nonostante il divario. E se poi vedi i progetti delle Ferrovie che per il 98,8 riguardano il Centro Nord e per l’1,2 per cento il Sud, allora ti fai una domanda. O al Sud le ferrovie sono migliori di quelle giapponesi, o sei figlio di un dio minore. E non solo non hai l’alta velocità ferroviaria perché nell’Italia unita al Sud non spetta, ma continui a tenerti Matera senza treni pur essendo capitale europea della cultura. Ma, sia chiaro, hanno tutti a cuore il Mezzogiorno. Se però confronti promesse e realtà, capisci perché l’ultima devastante crisi ha sottratto al Sud 13 punti di Pil (il reddito nazionale) contro i 7,8 del Centro Nord.

 Dice: colpa delle classi dirigenti meridionali. Sarà. Poi però ricordi l’Andreotti che poteva pure essere un nano, ma non è che vedesse giganti in giro. Di classi dirigenti ce ne sono di buone e di cattive, e nell’Italia tutta. E questa idea che vadano sempre giudicate pessime e degne più o meno di chi le elegge, è un comodo moralismo per mettere sotto il tappeto le sopradette beffe al Sud. Come se le classi dirigenti fossero causa e non conseguenza delle condizioni del Sud. Però, tagliamo corto con la madre di tutte le domande: quale potrebbe essere l’interesse nazionale a che il Sud cresca come il Nord? Ma l’interesse che cresca l’intero Paese. No, prima il Nord così cresce (per dire) anche il Sud. Spiegato perché l’intero Paese decresce.