Buone nuove per il Sud (o forse quasi buone)

Venerdì 7 aprile 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dunque per il Sud potremmo essere a una piccola svolta, anche se potremmo non vuol dire che siamo. Giorni fa il parlamento ha approvato la legge 18 il cui articolo 7bis si intitola <Principi per il riequilibrio territoriale>. Prevede che al Sud la spesa ordinaria statale per investimenti non debba essere inferiore alla percentuale della popolazione meridionale, che è il 34,39 per cento. Si potrebbe pensare che sia una frase alla Catalano, il re dell’ovvio di <Quelli della notte>. E invece così non è, perché finora così ovvio non è stato.

 Se prendiamo il 2014 (ultimo dato disponibile), questa spesa è stata del 22 per cento. Con l’aggravante che il Sud paga il 24 per cento delle complessive tasse nazionali (unico vantaggio di essere meno ricchi). Significa che il 2 per cento delle tasse del Sud è stato speso al Centro Nord. Significa che il Sud ha assistito il Centro Nord, e non il contrario come continua a dire quel bontempone di Salvini. Significa che se il Sud si staccasse dall’Italia, almeno quel 2 per cento se lo spenderebbe per sé.

 Ma non è finita. In quel 22 per cento non ci sono solo i fondi cosiddetti <ordinari>, come quelli utilizzati per gli investimenti al Centro Nord. Ma ci sono anche i fondi <straordinari> (Fondo Coesione e Sviluppo) destinati al Sud perché c’è il divario. E ci sono anche i fondi europei. Il problema è che sia i fondi straordinari nazionali che quelli europei non sono aggiuntivi (come dovrebbero essere) ma sostitutivi: cioè non si aggiungono ma sostituiscono quelli ordinari. Conseguenza: al Centro Nord una scuola la si fa con i fondi ordinari, al Sud con quelli straordinari ed europei. Ma allora, straordinari che? Conseguenza: il divario, invece di diminuire, aumenta. Anzi, siccome il Sud regala ogni anno il 2 per cento delle sue tasse al Centro Nord, è il Sud a far aumentare il suo divario.

 Se il Sud non si volesse proprio arrabbiare, almeno un pernacchio alla Eduardo De Filippo lo dovrebbe far arrivare a tutti quelli che dicono di averlo in cima ai propri pensieri. Ora dovrebbe avere giustizia. <Dovrebbe>, perché la legge entrerà in vigore solo dopo un decreto del presidente del Consiglio entro il 30 giugno di quest’anno. Non si può fare il processo alle intenzioni di Gentiloni. Ma, come si dice dalle parti di Totò, siccome la somma non fa mai il totale, figuriamoci se lo fa al Sud. Come 156 anni di storia dimostrano.

 Questo il possibile bicchiere mezzo pieno. Quello vuoto è quanto avvenuto finora. Ripetendo che si sta parlando della futura spesa per investimenti (strade, ferrovie, ospedali, appunto scuole). Non accennando neanche a quella cosiddetta <corrente> (pensioni, stipendi, funzionamento della macchina statale) altrimenti i meridionali si arrabbiano. Sapendo ciò che non molti sanno, a cominciare dal consueto Salvini: e cioè che è di 15.098 euro pro-capite al Centro Nord, e di 11.509 al Sud. Perché? Perché il Sud è Sud. E non c’è il divario che dovrebbe imporre il contrario? Il divario c’è anche perché non si fa il contrario. Elementare, Watson.

 Il giornale <Il Mattino> di Napoli (firma Marco Esposito) ha fatto un po’ di conti. Il settore più penalizzato del Sud è stato proprio quello sul quale il Sud è rimproverato di non puntare per il suo sviluppo: la cultura. Come?, potreste vivere solo di cultura e turismo. Ma lo squilibrio totale annuale è stato finora di 6.246 miliardi. Ciò che ha fatto calcolare alla Svimez cosa avrebbero potuto significare se ci fossero stati. Con la clausola del 34,39 per cento, negli ultimi sei anni il Pil del Sud avrebbe dimezzato la perdita subìta per la crisi (dal 10,7 al 5,4 per cento). E si sarebbero persi 200 mila posti di lavoro invece di 500 mila come avvenuto. Non <quisquillie> né <pinzillacchere>.

 Ma non è finita. Il Pil nazionale sarebbe cresciuto dello 0,2 per cento (non molto, ma tutto il discorso fatto riguarda solo una parte della politica nazionale). Con l’aggiunta che non solo il Centro Nord non avrebbe sofferto più di tanto dalla redistribuzione, che significa giustizia. Ma è stata la Banca d’Italia a calcolare che ogni lavoro pubblico fatto al Sud invece che al Centro Nord, porta al Centro Nord un utile del 40 per cento, perché sono le più forti aziende nordiste a prendersi gran parte degli appalti.

 Diceva un vecchio parlamentare ed ex-ministro meridionale che quando si parla di Sud bisogna stare sempre attenti alla fregatura. Anzitutto il veleno della frase <programmi di spesa in conto capitale delle amministrazioni centrali>. Amministrazione centrale non sono per esempio le Ferrovie (nel 2014, al Sud solo il 18 per cento della loro spesa). Poi l’esperienza del passato, quando analoghi impegni sono svaniti. Poi occhio al 30 giugno, per il decreto che dovrebbe confermare l’impegno (da lodare) del ministro De Vincenti. Ma siamo sicuri che onorevoli e senatori del Sud vigileranno. Come sempre.