Vita da brividi tra le teste calde

Sabato 8 aprile 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Incazzarsi: arrabbiarsi furiosamente. Verbo intransitivo, <volgare>, dice il vocabolario Devoto-Oli, nel senso di proprio delle classi popolari (si vede che risale all’Ottocento). Ma ora che anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano, figuriamoci gli italiani. Esempio? Il codice di comportamento per i dipendenti del Comune di Bari. Che parte vietando critiche all’amministrazione comunale, cioè al proprio datore di lavoro. Soprattutto a scuola, dove ci sarebbe da dire (e a ragione) anche se si fosse monaci buddisti. Vietate le opinioni politiche ma non quelle calcistiche. Stop ai regali oltre i 100 euro, dovesse finire come con Checco Zalone di <Quo vado?>, niente quaglie niente timbro. Per evitare i <furbetti del cartellino>, obbligo di fiondarsi <senza indugio> alla propria postazione dopo aver strisciato alla macchinetta. Buoni invitati a denunciare i cattivi. E gentilezza e garbo coi cittadini, oltre che risposte entro 30 giorni (più ottimistico di un Mulino Bianco).

 GUERRA CIVILE QUOTIDIANA Puntuale come un temporale di primavera la protesta dei sindacati, quelli stessi che (pare) erano altrove quando gli hanno chiesto un parere preventivo. Pretendere che non si diano risposte ai cittadini imbufaliti agli uffici anagrafe, per esempio, è più rischioso di una discussione con Sgarbi. Così le scuole, dove si diventa serial killer solo vedendo quanti alunni per aula. Finché ha dovuto intervenire il buon sindaco De Caro a smorzare una delle quotidiane guerre civili italiane. Nessuna censura, solo invito a comportamenti improntati a correttezza, lealtà e spirito di collaborazione. Ma si figuri, più scontato di un frigo all’outlet. De Caro che proprio ora ha cominciato a presentarsi a pranzo a casa dei baresi, rischiando per ripicca di non trovare il polpo crudo.

 Ma è solo il meno nel Paese più incazzato (appunto) e scortese del mondo. Un Paese in cui non solo si ammazza davanti alle discoteche per uno sguardo, si uccide una donna perché ti lascia, si butta acido in faccia per provare piacere, si spara al benzinaio per 50 euro, si massacra a martellate i figli per il loro bene, si tira fuori il crick per un posteggio conteso, si scotenna il condomino per un cane che abbaia, si spara a un tifoso perché tifa per gli altri. E figuriamoci che nonostante tutto diminuiscono i delitti.

 Ma l’Italia è anche un Paese in cui fermarsi alle strisce pedonali è un’offesa alla propria dignità, rispondere a un saluto è come dover pagare una multa, non suonare il clacson al semaforo è più frustrante di un autogol, rispettare una coda è come il panno rosso per il toro, raccogliere la cacca del cane è un affronto, non gridare in pubblico è soffocamento della propria personalità, essere educati è una forma di sottomissione, non mettere le dita nel naso è una limitazione dei diritti umani. Un Paese in cui un sorriso è più antiquariato di un vaso apulo, una gentilezza è una formalità borghese, un saluto diverso da <salve> è una forma di disturbo mentale.

 ADDIO STILE ITALIANO Ci hanno sempre amato per il nostro stile di vita, lo abbiamo tradito quanto più gli altri lo cercano. Più che la crisi economica lunga come un dolore e la crisi politica perenne come una luce votiva, ad essere smarrita è la nostra voglia di stare insieme. Con regole più indigeste di una peperonata e buonsenso finito a <Chi l’ha visto?>. Siamo un Paese tanto sull’orlo di una crisi di nervi, anzi ben al di là, da finire in tribunale anche se i panni stesi sgocciolano, o se hanno osato dare 5 in matematica al figlio, o se il medico non ti ha fatto passare il raffreddore. Meglio della coltellata, ma brucianti come uno schiaffo benché basterebbe cantarsele ma poi suonarsela insieme in pizzeria. Senza rancori inesorabili come cambiali. Magari affidandosi a quella area del cervello nella quale ci sarebbe il segreto del rilassamento. Tipo un respiro profondo spacciato come una scoperta da Nobel, facendo invece parte dei ritmi perpetui della vita. Se respiri troppo veloce, vai in affanno e scambi un innocente sorriso per una fucilata.

 In questi giorni la stampa (Repubblica, firma Antonino Palumbo) ha parlato di una squadra di calcio di Molfetta che ha perso 49 partite consecutive senza che siano stati segnalati casi di suicidi collettivi come balene. Anzi la Fulgor Molfetta 2009 non ha né cacciato l’allenatore (anche perché è il figlio del presidente) né processato arbitri né maledetto la sfortuna che la manda sul palo. Si sono consolati con sei Coppe disciplina e il probabile premio Fair Play, che vuol dire appunto reagire da signori anche se ogni volta sotterrati in campo.

 Non si sa se qualcuno di loro fa concorrenza a madre Teresa di Calcutta. Ma potrebbero essere un esempio per l’intera Italia. Tranne che non abbiano capito che essere i peggiori è l’unico modo per finire sui giornali. Quante se ne devono fare per diventare qualcuno.