Ma così il turismo fa poca primavera

Venerdì 14 aprile 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Si fa presto a dire turismo. Si fa altrettanto presto a perdere il turista. Specie ora che viene Pasqua, prova generale della stagione. Che da noi dovrebbe già essere iniziata, baciata da un sole a tempo quasi indeterminato. E specie in Puglia, che pare essere l’oggetto molto poco oscuro del desiderio generale. Meta alla moda, di quelle che ci devi andare perché se ne parla. Compresa Bari, recentemente eletta dalla stampa come la città da conoscere a tutti i costi. E comunque l’ennesima occasione per un Sud che proprio sull’industria dell’accoglienza dovrebbe impostare il suo futuro. Per la verità più come alternativa a ciò di cui è stato privato che come destino.

 Bari partita nella polemica proprio mentre arrivavano i primi crocieristi. Che sono come il gruppo nella corsa ciclistica, visto che in città già sciamano da tempo avanguardie non intruppate provenienti, occorre dirlo, da ogni dove. Con un loro programma studiato su Internet che non li fa però sostare più di due tre giorni, portandoli piuttosto per trulli e bellezze della costa. Ciò che ha innescato la polemica degli albergatori, siamo fuori dai circuiti e non abbiamo nulla da offrire al confronto con Gargano e Salento. E la risposta urticata del sindaco Decaro. Forte del record italiano di crescita di prenotazioni on line. E forte di eventi immediati come il festival cinematografico Bifest, il corteo storico di san Nicola, la festa nazionale della polizia di Stato, il G7 coi ministri finanziari big dell’Occidente, il World Press Photo (con le foto della stampa internazionale più premiate), il Medimex (fiera mondiale della musica).

 Il sindaco ha aggiunto che il nuovo logo aiuterà Bari. Quello bocciato sul web come confuso, inconsistente, costoso. Quello le cui arzigogolate lettere dovrebbero rappresentare la basilica, il lungomare, la focaccia, il nuovo ponte più inutile del mondo come simboli della città. Volendoci però una laurea per capire ciò che dovrebbe essere tanto immediato da essere colto al volo. Un marchio che dovrebbe essere un segno non un concetto, figuriamoci quattro. Un marchio che deve essere un lampo emotivo e non un mal di testa. Un marchio che deve essere una suggestione parlante non un rebus disperante. Un marchio che deve essere immagine una e sola non un puzzle. Un marchio che se vuoi una tazza per ricordare Bari ne devi comprare quattro. E la scritta <never ends> per dire di una città che non finisce mai. Neanche di meravigliare, ma non  così.

 Però per un <brand> ci vuole tempo, si dice. Mentre sta per esordire il primo pezzo della nuova via Sparano. Il <salotto della musica>. E le cui panchine sono già state paragonate a lapidi funerarie dal solito web che, come si sa, non va mai per il sottile. Ma anche in questo caso il tempo dirà. Quello che però non ti aspetta se, come annunciato, per Pasquetta ci sarà una ecatombe di chiusure. A Bari la Pinacoteca, il Museo civico, la Sala Murat, come se facessero un lavoro qualsiasi. Mentre il Castello Svevo rischia di aprire il suo nuovo piano per il G7 e di chiuderlo il giorno dopo per mancanza di custodi.

 E’ ciò che avviene nel pur straordinario museo MarTa di Taranto, visite a tempo e a piani alternati, e vallo a spiegare a chi per gustarselo chissà quale viaggio. Chiusi invece per lavori gli scavi di Canne della Battaglia che perde un’altra battaglia. E chiusi castelli da Manfredonia a Copertino. E il museo Jatta di Ruvo sempre sul filo con quel po’ po’ di tesori. Sempre mancanza di personale, nonostante le assicurazioni del ministro Franceschini. Ma con una spesa nazionale per la cultura che non solo è la più bassa d’Europa nel Paese con più cultura al mondo. Ma al Sud ancòra più bassa, ancorché <sulla cultura dovreste puntare>.

 Bisogna però capirsi con certa puzza al naso, come quella contro la sponsorizzazione della sede tarantina dell’università di Bari da parte della Birra Raffo. <Così si svende l’etica>: come se fosse chissà quale bieco immorale capitale sfruttatore. Mentre non si fa altro che invocare capitali privati, anzi si premiano le università che più ne attirano. Ennesimo rigurgito di una cultura del <no> che affossa tutto in nome di una etica autoprodotta. Puglia che dovrebbe invece non svendersi andando al Vinitaly di Verona con la foto di vigneti cileni per parlare di se stessa. Ciò che purtroppo fa più titolo sui giornali delle quattro bottiglie di vino pugliesi ogni dieci esportate.

 Ma intanto attorno all’Uomo di Altamura si apre una rete di musei. Che potrà (potrà) estendersi alle orme di dinosauri facendo della città una capitale della preistoria con 70 milioni di anni da raccontare. E intanto questa estate agli scavi di Egnazia l’archeologia tecnologica farà spettacolo riportandoci alla vita ai tempi dei Messapi. Il tutto sempre ricordando che lunga è la via, avendo ancòra il solo Veneto più turisti stranieri di tutto il Sud.