< Selfie > col morto e tanti < mi piace >

Sabato 22 aprile 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Connessi da morire. Il tipo al volante dell’auto che davanti a noi ondeggia, sculetta, frena all’improvviso non è uno che non sa cosa fare. Piuttosto è un tipo che sa esattamente cosa è: non più che un cretino. Perché il tipo è uno che sta al cellulare. E se tutto andrà bene, se san Nicola e sant’Oronzo ci faranno la grazia, da maggio potrà usare il telefonino con più calma, senza il fastidio di dover contemporaneamente guidare. Perché da maggio la patente gli sarà sospesa da uno a tre mesi. Sempre che l’annunciato decreto non arrivi con i tempi della politica, per la quale l’urgenza è una specie di diffamazione personale aggravata. Oggi un incidente su cinque è provocato dal sopradetto cretino. Il quale tale è rimasto nonostante 50mila multe da 160 a 646 euro finora inflitte a cretini seriali come lui. Perché un pregio di sicuro il cretino lo ha, la coerenza che lo fa rimanere cretino nonostante tutto.

 SEI CONNESSO O NO? Il cretino da cellulare è troppo ammirevolmente cretino per capire cosa significano quei cinque secondi di buio durante i quali manda o riceve sms, chatta su WhatsApp, digita un numero, consulta Internet. E siccome una delle caratteristiche del cretino è che non resta generico ma si specializza, ora ci sono i cinque secondi anche per farsi l’autoscatto e mandarlo agli amici. Che per restare suoi amici non devono avere un QA, un quoziente di intelligenza da premio Nobel, altrimenti lo escluderebbero dalla collezione privata. Sono i cinque secondi che provocano l’incidente, con buone prospettive di crescita. Anche se, nel settore cretineria, la galera non ha affatto scalfito la coerenza di chi ammazza la gente guidando strafatto di alcol e di droga. Soggetti che spesso la legge lascia a piede libero, perché le leggi in Italia ce l’hanno con gli onesti.

 Il problema è la connessione. Che ora annovera con tutti gli onori un’altra categoria di iperconnessi, anch’essi protetti dalla legge che antipatizza con i non connessi. Legge che deve avere avuto un rigurgito se si è spinta a suggerire ai medici di non continuare a farsi selfie in ospedale a due passi da gente talmente sofferente da essersi affidata a loro. Manco fossero a una gita scolastica. Ci sono quelli che l’hanno fatto con lo sfondo di un paziente ancòra addormentato dopo un intervento. Wow. E altri ritraendosi con un uomo appena operato che poi è morto, così il selfie è venuto meglio. Ovvio che il selfie deve finire difilato su Facebook o su WhatsApp, altrimenti si perde il gusto. Anzi, pardon, si perde l’effetto contro lo stress, motivo addotto dagli auto-fotografati quando qualche benpensante gli ha detto che facevano pena. Mentre nell’americana Cleveland un tipo ha ammazzato un passante e poi ha messo il video su Facebook chiedendo i <like>, mi piace.

 SILENZIO DA IMPAZZIRE Però una noia questi moralisti, che fanno gli indignati e poi magari si mettono le dita nel naso o calpestano le aiuole. Anche ‘sto benedetto papa, Francesco non quello Benedetto di prima, che dice di spegnere tutto per dieci minuti. Per allontanarci dal rumore di fondo di tutte queste pagliacciate, per ascoltarci, interrogarci e rispondere. Meh. Dieci minuti di silenzio che francamente sarebbero insopportabili senza selfie, senza sms, senza messaggi vocali, senza Facebook, senza Instagram, senza mail, senza e basta. Roba da impazzire di quiete. E si doveva mettere anche questa specie di monaco spogliato di Roberto Saviano a dire che ormai ovunque conta soprattutto il rumore di inutilerie sparse, di chi la spara più grossa, di chi fionda il selfie più selfie, diciamo appunto il selfie col morto manco fosse un tressette. E osa aggiungere che esiste solo la presenza, occupare spazi, esserci. Esserci anche se nell’esserci ci fosse un nulla o tutt’al più il birignao di un’Italia in cui il rieccolo, lo smartphone, è consultato in media 150 volte al giorno pena la sopravvivenza. E lasciamo stare un altro filosofo che si mette a fare il filosofo dicendo che nessuno più ascolta e che in famiglia, al lavoro o in tv la vita quotidiana è un labirinto di monologhi. E che secondo un tipo suo collega che si chiamava Zarathustra siamo tutti come un grande orecchio che non sente più nulla. Sordi ma connessi.

 Qualche mese fa, per due volte, dei giovani sono stati travolti dal treno perché persi nei loro cellulari mentre attraversavano i binari. Un oltraggio della vita reale che si è permessa di interferire nella loro vita privata di eternamente connessi ma disconnessi da tutto il resto. Come se non ne avessero diritto, come se dovesse esserci sempre qualcuno che ti debba dire cosa fare. Quei giovani sui quali il treno ha osato interferire con la sua presenza, sono stati per fortuna immortalati da un selfie di altri giovani come loro. Che li hanno vendicati, ci pensi che figata essere su Facebook anche da morti alla faccia del treno.