I conti all’inverso dei signori padani

Venerdý 28 aprile 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Magari lo fanno. Lombardia e Veneto convocheranno per il 4 ottobre un referendum consultivo per mettere un passo fuori dall’Italia. Anzi no, perché sono più egoisti che stupidi. Chiederanno maggiore autonomia, cioè più materie sulle quali possano decidere per conto loro al posto dello Stato. Ma soprattutto chiederanno di tenersi per sé <i nostri soldi>, come diceva quel gentiluomo di Bossi. Cioè una parte rilevante delle loro tasse invece di versarle allo Stato, il quale poi magari le passa a quei parassiti del Sud. Insomma un misto di secessionismo iniziale degli elmi cornuti padani e di quel federalismo successivo che è l’esempio più clamoroso al mondo di medicina che fa star peggio invece che meglio.

 Le materie sulle quali decidere a Milano e Venezia invece che nell’odiata Roma sarebbero ambiente, beni culturali e istruzione. In due parole, il federalismo differenziato, quello che premierebbe le regioni che più hanno i conti in ordine. Molto più facile dove è maggiore la ricchezza, ma senza che nessuno vada a vedere come altre regioni possano avere conti in ordine senza la stessa ricchezza. Il fatto è che il referendum sarebbe solo uno spreco di 46 milioni di euro, perché c’è già la Costituzione (articolo 116) a consentire una trattativa. Che però non porterebbe da nessuna parte se, per fare solo un esempio, nel campo dell’istruzione volessero una scuola nella quale si insegni più il bergamasco che l’italiano.

 Ovvio che non sia questa la madre di tutte le richieste. Che è quella sui soldi. Da tempo Lombardia e Veneto lamentano il loro <residuo fiscale>, cioè 56 miliardi girati in più allo Stato rispetto a quanto ricevono. Effetto non di un saccheggio da parte di <Roma ladrona>, ma appunto della loro ricchezza. E del sistema progressivo di tassazione per cui paga di più chi più ha. Tasse che però sono pagate dai singoli cittadini non dai territori. Altrimenti anche un ricco di Bari che abita in via Sparano potrebbe protestare perché le sue tasse sono spese per fare un marciapiede al San Paolo. Sempre che si confermi di voler vivere nella stessa città o nello stesso Paese.

 C’è chi calcola che quei 56 miliardi siano almeno 100. C’è chi ridimensiona a 26 miliardi per la Lombardia e a 9 per il Veneto. Ma il problema non è la cifra assoluta. Il problema è la differenza fra quanto pagano e quanto ricevono in spesa pubblica da parte dello Stato: ciò che creerebbe appunto il <residuo> a loro favore. Perché così scopri che per 13 su 14 cosiddetti capitoli di spesa (mettiamo sanità, scuola, trasporti, sicurezza ecc.) la spesa pubblica dello Stato è al Centro Nord superiore rispetto al Sud. Il contrario della logica visto che il divario è a sfavore non a favore del Sud. Il contrario di quello che loro dicono. In percentuale, la spesa statale in Puglia è il 69 per cento di quella in favore della Lombardia.

 Secondo il vocabolario Devoto-Oli della lingua italiana, dicono una bugia. Ma non è tutto. Perché non calcolano (sapendo di non calcolarlo) anche altro. Per i lombardi 14,4 miliardi all’anno di interessi su Bot e Cct, ricevuti anche grazie alle tasse dei meridionali. Poco meno per il Veneto. Non calcolano le aziende settentrionali che fanno utili al Sud ma pagano le tasse dove hanno la sede legale, cioè al Nord, sommandole scorrettamente alle loro. Non calcolano quanto gli ritorna in loro prodotti acquistati dal Sud, col che finiscono per diventare più debitori verso il Sud che creditori.

 Ecco perché sarebbe bene che il referendum lo facessero. Per fare un po’ di conti. Per svelare un po’ di inganni. Per smascherare un po’ di pregiudizi. Quelli con cui vorrebbero non solo sottrarsi a ogni dovere di solidarietà nazionale, ma passare per vittime. Mentre la perequazione dovrebbe pretenderla il Sud. Che paga con la povertà e l’emigrazione una condizione economica che vede il suo livello di reddito a meno della metà di quello del Nord in un Paese che si vorrebbe definire giusto. Senza nulla togliere alla laboriosità di lombardi e veneti, ma molto togliendo ai diritti elementari del Sud. Che soffre di servizi pubblici spesso indegni della civiltà. Tranne poi mettere il Sud in coda alle classifiche sulla qualità della vita con una faccia tosta da Guiness dei primati.

 L’Italia è il Paese che non riserva ai suoi figli meridionali lo stesso trattamento che riserva agli altri. Chissà se si chiedono, i fratelli lombardi, perché tanti meridionali vanno a curarsi da loro, col diritto alla salute che il primo diritto calpestato se non nasci al Nord. E col dramma di nascere in questo Sud cancellato che ora fa addirittura morire tre anni prima che nel resto d’Italia, perché il meridionale non ha neanche lo stesso diritto alla vita. Un dramma civile circondato da un silenzio criminale. Tranne le trombe di un referendum da parte di chi, in questo silenzio, vuol guadagnarci pure.