L’essenziale è che i Grandi imparino dai baresi

Venerdì 12 maggio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Allora, sarebbe qui la festa. Anzi lo è. Perché non è che ti arrivino ogni giorno a Bari i potenti della Terra. Avveniva dodicimila lune fa, quando per due secoli la città fu il centro dell’impero bizantino d’Occidente. La Magna Catapana. Prima che venisse il tempo delle cattedrali, i Normanni. Che le facevano innalzare a gloria del Signore non meno che loro. Simbolo di fede e di arte, ancorché proprio allora cominciò il lungo buio delle dominazioni nel Mezzogiorno. Quel Mezzogiorno in cui forme di autonomia erano nate molto prima dei liberi Comuni. Finché appunto non arrivarono quegli uomini del Nord che facevano cavalleria ma anche molto gli affari propri.

 Ma poi che questo G7 convenga, l’hanno capito molto a modo loro i baresi, specialissimi nel valutarti non per ciò che sei ma per quanto conti. Dopo il Gruppo dei 7 capi di Stato a fine maggio a Taormina, il più importante è proprio questo dei ministri della Finanza in corso a Bari, ancòra più di quello dei ministri degli Esteri svoltosi a Lucca. Ché se proprio la vogliamo dire tutta, a parte i flash per Trump e compagnia, oggi vale più l’economia che la politica. E sappiamo che, al di là dell’italianissimo mugugno per ogni possibile disagio, tante altre città si sarebbero venduto il santo pur di aggiudicarsi il trofeo. Benché anche a Bari ci sia stato chi ha gridato al fumo negli occhi, a nani e ballerine. Essendosi però sùbito la città resasi conto, oltre o più che dell’occasione, del profitto. Il 70 per cento degli (abitualmente scontenti) alberghi pieni significa che gli ospiti hanno portato doni. Ciò che per i baresi è musica.

 Certo non è che sia tripudio di campane quando si sente parlare di governatori di banche centrali e di responsabili di decisioni alle quali attribuiamo la lunga crisi dalla quale ancòra non usciamo. A cominciare dall’Italia. Tanto il nostro Padoan padrone di casa che gli altri stanno parlando infatti di crescita e lavoro, i grandi assenti, i buchi neri che ci fanno perdere una generazione di giovani. Sacrificati sull’altare del passaggio da un mondo che non c’è più a un altro che non c’è ancòra. Dal mondo protetto dai blocchi e dai muri a un mondo senza più muri ancorché con la tentazione (e non solo) di rialzarli. Insomma da protezionismo a globalizzazione. Col liberismo sul banco degli imputati. Col Welfare, benessere e servizi, condannato a morte. E con le sinistre che ovunque si sono smarrite nel passaggio dal proletariato al precariato.

 Che Bari possa portare buone novelle, non è affatto detto. Certo è meglio vedersi che parlarsi in videoconferenza come ha eccepito chi teme palcoscenici tanto scintillanti quanto vuoti. E non è affatto provincialismo ma democrazia che contemporaneamente in città si succhi l’occasione delle luci della ribalta per denunciare l’altra faccia della luna. Cioè quelle diseguaglianze ed esclusioni che sono il frutto marcio di un mondo in cui si è ridotta la fame ma anche il futuro di tanti. Dirottando le povertà da ex poveri a nuovi poveri.

 Queste povertà sono anche da queste parti, dove ora c’è la festa. Soprattutto nei Sud. E rischiano di ingrossare un populismo che partendo dalla pancia della gente sofferente promette di tutto e non porta da nessuna parte. Perché non è cattiva la globalizzazione che abbatte le frontiere. Non è cattiva la concorrenza universale, anzi stimola competenze e talenti. La Cina ci invade di sue cineserie ma può essere invasa di nostre sciccherie. Qualcuno ha però giocato sporco se pochi concentrano nelle proprie mani una ricchezza che non solo è oscena. Ma è sequestrata agli altri. Non essendoci più un Ford consapevole che se i suoi operai non avessero guadagnato a sufficienza, le sue auto non se le sarebbe comprate nessuno. Ma lo diceva nel secolo scorso. In questo secolo invece l’Europa dominante non capisce che il solo stringere la cinghia non assicura il pane per tutti.    

 Tra Castello svevo, Petruzzelli, città vecchia e dintorni da stropicciarsi gli occhi, fra orecchiette e mozzarelle da leccarsi le dita, i nostri Grandi dovrebbero fare delle scelte. Non bisogna troppo girare al largo per capirlo. La scelta è fra speranza e paura. Fra garantiti e non garantiti. Fra ottimismo e pessimismo. Fra privilegi e giustizia. Tra forti e fragili. Paroloni dietro i quali si annidano le sorti di milioni di donne e uomini che si trovano a vivere l’era più ricca della storia ma sono fra i più disagiati della storia. Tra baracche e panfili. Mentre non ci dovrebbe volere un papa per capire che ce n’è per tutti.

 I nostri Sette non sprechino l’occasione e prendano esempio dai baresi. Che paiono essersi rassegnati ad andare a piedi per tre giorni (il massimo degli oltraggi) convinti che la città così laureata avrà da guadagnarci in futuro. Insomma che domani potrà esserci qualcosa anche per loro. Il primo comandamento da queste parti.