Il bene e il male per me pari sono

Sabato 13 maggio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Si fa, non si fa. Un tempo insegnarlo era la base non dell’educazione ma della vita. Perché era la distinzione fra bene e male. Un residuato bellico oggi. Ché anzi un genitore che provasse a dire ai figli ciò che si fa e ciò che non si fa potrebbe provocare un trauma alla loro libera crescita. Spazzarne la fioritura spontanea. Violarne i diritti umani. Soffocarne gli aneliti. Condizionarne lo sviluppo. Ingabbiarne l’istinto. Mortificarne la personalità. Tarparne le ali. Imporne modelli. Intralciarne il percorso. Con tanto di ricorso al Tar che non si nega a nessuno. O a Telefono Azzurro. E in appello alla Corte europea di Strasburgo. E con la pubblicazione a firma della vittima così cresciuta di un romanzo che meno che mai si nega a qualcuno nel Paese che più ne scrive e meno ne legge. Romanzi che nel 99,9 per cento dei casi rievocano infanzie infelici. Di quelle che si portano dentro la lacerante ferita di un genitore che riteneva di avere, appunto, l’orribile dovere di educare. Un moralista.

 BUTTA IL VECCHIO A MARE Non per insistere, ma per esempio: i due ragazzi di Monopoli. Quelli che sulla scogliera vedono due anziani e li buttano a mare con una spinta. Uno muore annegato, l’altro si salva. Eh, cosa sarà mai? Volevano fare uno scherzo. Una bravata. Di sicuro non volevano uccidere. Ma una spinta a mare, e a due anziani, non può essere pericolosa? Non può essere qualcosa di più di uno scherzo? E perché gli scherzi non ve li fate con gli amici lasciando stare gli anziani che potrebbero essere vostri nonni?

 Sono tutte domande retoriche sulle quali si è sguazzato per giorni. Se le fossero poste anche i due ragazzi, non staremmo a sprecare spazio e buoni sentimenti. Il problema è che non ci hanno pensato, punto. Non si sono accorti di aver superato il limite. Non hanno calcolato i rischi (altrui). Sa, a quell’età sono incoscienti. Coscienza. Secondo gli studiosi, nella cosiddetta età evolutiva sono afflitti da un senso di onnipotenza. Anzi, più che afflitti, dotati. E il rispetto, il rispetto, che fine ha fatto? Il rispetto, merce scaduta. E lasciamo stare se qualcuno te lo ha appunto insegnato. Se qualche genitore non ha voluto rischiare la denuncia di Telefono Azzurro. Con tutto il rispetto per Telefono Azzurro, appunto. Ovunque, altro che solo a Monopoli.

 I calciatori hanno sulla manica della maglia la parola <rispetto>. E in tv prima delle partite internazionali appaiono i volti dei più noti campioni che pronunciano <respect> in inglese. E’ un appello contro il razzismo, quello che fa ululare <buu> le curve Nord contro gli avversari di colore, benché ogni squadra ne abbia uno. Ma si sa come è il tifo, c’è sempre un nero più nero del tuo. E poi, cosa vuoi, magari lo fanno ma non ci pensano, vanno in automatico. Ma a Cagliari qualche domenica fa il ghanese Muntari del Pescara non ci è stato e ha lasciato il campo. Ammonito e poi squalificato lui, non il pubblico. Il quale magari merita rispetto anche se fa <buu> perché ha pagato il biglietto.

 IL MONDO ATTORNO A LORO Se la più alta forma di etica è l’esempio, questo il brodo nel quale vivono i ragazzi, quelli che capiscono precocemente come va il mondo. E così fanno senza pensarci. Uno <Scherzi a parte> a rullo, h24. Come quel 15enne che per spaventare la madre fa retromarcia con la macchina e la uccide. O come quel 16enne di Padova che vuole spaventare il padre e gli punta il fucile contro ammazzandolo. O come la 13enne che negli Stati Uniti si finge morta per vedere la reazione del fidanzatino che si toglie la vita: Romeo e Giulietta yankee. E però insistere sulla tesi dello scherzo banalizza soltanto. Il problema non è lo scherzo. Il problema è <si fa> o <non si fa>. E’ lecito o non lo è. Vogliamo far retorica? Cosa è bene e cosa è male, appunto.

 Nessuno come i ragazzi si accorge se le nostre parole buoniste sono false. Tra ex mariti o ex fidanzati che ammazzano le ex mogli e le ex fidanzate. Fra Gomorre che impazzano sui teleschermi con la loro sottocultura dell’onore e della morte. Con la politica ridotta a insultificio permanente. Con i terrorismi. Con corruttori e corrotti. Con un bullismo in rete che non è solo giovanile. Con gli anarchici torinesi che investono fantocci di poliziotti e alle proteste rispondono: polemica esagerata. E con i tifosi della Lazio che impiccano davanti al Colosseo manichini di tifosi della Roma e fanno tutti finta di niente.

 Un’assenza collettiva di vergogna. Un senso generale di impunità . Un imbarbarimento veloce. Una morte dei sentimenti. Una guerra con altre armi. Ci sono responsabilità individuali, non è giusto menarla sempre sulle colpe della società. Ma i nostri ragazzi vivono ore di testa giù nell’irrealtà dei loro smartphone. La alzano, di tanto in tanto, quella testa, e vedono adulti irresponsabili e meno cresciuti di loro. Si annoiano. E fanno scherzi.