Per Taranto si blocchi l’ondata di cinismo

Venerdý 2 giugno 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ma l’Ilva non c’entra nulla col cinema. E dai nuovi proprietari non ci si aspettava un Michael Douglas che nei panni del finanziere Gekko Gordon spezza le gambe alle aziende che acquista. L’Ilva non può essere il film <Wall Street>. E non convince nessuno l’assicurazione che la annunciata brutale riduzione a metà del numero dei lavoratori è necessaria per riassumerli dopo con un aumento della produzione. Mentre fino ad allora sarebbero adibiti a una bonifica oggetto misterioso. Alle favole si crede da bambini. Questo chiamiamolo col nome giusto: massacro. E se doveva andare così, tanto valeva cedere all’allegra follia di chi sognava di chiudere la fabbrica. E di affidare la vita dei 12mila dipendenti più alla provvidenza che a fumosi nuovi modelli di sviluppo per Taranto. O adesso siamo più o meno su quella strada?

 Ciò che sorprende in questa drammatica vicenda sono i tempi. Ma come, ci sono stati i tempi per le offerte. Ci sono stati i tempi per la valutazione. Ci sono stati i tempi per la selezione. Ci sono stati i tempi per la scelta finale. E nessuno in questi tempi è andato dai candidati a dire: guardate che qui non possiamo mettere in strada tante famiglie, quasi un’intera città, e non solo. Non possiamo schiantare l’economia di una regione. Non possiamo giocarci così l’azienda più grande d’Italia e l’acciaieria più grande d’Europa. Non importasse niente a nessuno delle persone, magari dovevano importare le conseguenze per un Paese che già non vede crescere il suo reddito quanto cresce il suo debito. Un sonno generale. O indifferenza generale. O inettitudine generale.

 Qualcuno sta scherzando coi rischi della piazza. Anzi è già ammirevole che la tensione sociale sia finora contenuta nella stordente sorpresa per una soluzione tanto drastica quanto imprevista. Tranne che nelle segrete stanze ci sia stato chi conosceva tutto senza intervenire in tempo. Ma i commissari che hanno esaminato le offerte e deciso, a chi rispondevano? Erano o no commissari governativi? E come può sbrigarsela ora il governo incontrando a cose fatte i sindacati? Si ha idea di cosa voglia dire 5mila cosiddetti esuberi nel giro concentrato di un paio di province? E cosiddetti esuberi con un’età media di 40 anni, cioè con una vita davanti? Ed esuberi rispetto a cosa? Forse rispetto a un’azienda ridimensionata e sacrificata come una succursale della casa madre dell’indiana Arcelor Mittal? E qualche sospetto che finisse come Gordon Gekko a nessuno è passato per la testa?

 E’ stato come se l’Ilva avesse vissuto finora al buio. Buio mentre morivano i suoi operai. Buio mentre si devastava l’ambiente. Buio mentre una conduzione criminale portava al disastro e all’inganno di prime tardive irrisorie condanne. Buio mentre si decideva che fare. Buio durante tutta la fase della vendita. Buio sui piani industriali. Buio sulle intenzioni. Buio sul futuro ora. In una regione in cui, occorre dirlo, forse si indicava la luna ma si osservava il dito. Perché non si è parlato di difesa del lavoro con la stessa giusta determinazione con cui si è parlato di difesa della salute. Lavoro che non è meno vita. Finché non è arrivato chi non assicura né il lavoro né si sa quanta salute. Già dopo tre contratti di solidarietà e uno di cassa integrazione per 3500.

 Si dice che la gara non si può rifare. Rifarla con nuove condizioni da concordare prima. E chi lo dice? Mentre l’Unione europea può ordinare che a difesa della concorrenza la Mittal tagli la sua produzione essendo già il maggiore gruppo al mondo. E in quali altri stabilimenti continentali se non a Taranto che è l’ultimo arrivato? E che fine l’indotto? E il porto? E questo in un Puglia percepita come il Sud più moderno ma nella quale l’Ilva è solo la più lacerante delle troppe partite aperte. Aperta la partita della Xylella che dilaga in un dramma epocale e civile e antropologico quanto più le buone pratiche agricole arrancano neghittose. Aperta la partita della sanità dai conti ingovernabili e dalla qualità insoddisfacente quanto più quei conti si tenta di riordinarli. Aperta la partita del Tap di Melendugno con lavori che procedono di pari passo con ricorsi e controricorsi in un’aria stranita. Aperta la partita di crisi che spuntano improvvise anche in gioielli come il distretto automobilistico barese. Aperta la partita di tanti investimenti turistici che si scontrano con la mancanza di un progetto che valga una volta per tutte.

 Ora l’Ilva con le sue famiglie a rischio povertà. Si deve considerarla un’emergenza nazionale e non locale. In un Paese seconda potenza manifatturiera d’Europa ma senza una politica industriale che dica se l’acciaio serve o non serve. Ma intanto chissà quale governo. Mentre l’estate si annuncia calda non di clima ma di campagna elettorale. Durante la quale, è certo, l’Ilva sarà al primo posto come lo è stata finora. Proprio certo.