Bella e perduta Italia di Totti

Sabato 3 giugno 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Ve lo meritate, Francesco Totti. Tipo il memorabile <Ve lo meritate, Alberto Sordi> nel film <Ecce Bombo> di Nanni Moretti, laddove l’Albertone era citato come emblema del peggiore spirito nazional-popolare. Lo stesso che è esploso in quello psicodramma collettivo che è stato l’addio al calcio del capitano, pardon Capitano, della Roma. Qualcosa a metà fra Lourdes e Hollywood, tra il funerale di lady Diana e i capelli di Trump, tra la fumata bianca in Vaticano e una sagra a Centocelle. Col veneratissimo Pupone (suo ineguagliabile soprannome) che ha fatto piangere uno per uno tutti i 60mila adoranti di uno stadio, ma che dico, l’intera Città Eterna ché mai nulla fu così eterno neanche quando Bruto ammazzò Giulio Cesare. Altro che Michelangelo e Bernini, altro che la Breccia di Porta Pia e il balcone di Piazza Venezia, altro che Colosseo e Cupolone. Altro che papi e imperatori. Altro che, al confronto.

 VALLE DI LACRIME Un tifoso è riuscito a schizzare in campo buttandosi in ginocchio davanti a Lui con le braccia alzate neanche avesse visto la Madonna. Ché una statua della Madonna le telecamere di Sky hanno poi sùbito inquadrato. Lui intanto volteggiava tre metri sopra il cielo, anzi l’erba, con un fenomeno di levitazione come il treno a propulsione magnetica giapponese o san Francesco da Copertino. In un’aria, anzi aura mistica come in un film di Frank Capra. E con musiche da Oscar come Morricone (<Mission>) e Piovani (<La vita è bella>), e De Gregori e Venditti. Mentre sugli spalti si distinguevano, non meno salici piangenti degli altri, attori come Favino e Amendola, Verdone e la Fiorilli.

 Nel microfono l’invasato telecronista Canessa delirava di anni più importanti della nostra vita (alla Renato Zero). Non c’erano le Frecce Tricolori (andate a perdere tempo col G7 di Taormina). Ma c’era schierato il picchetto d’onore di tutti i compagni di squadra che avevano giocato con un <10> (il Suo numero) stampigliato sulla manica. Alcuni commossi, altri troppo foresti per capire che cosa stesse capitando e dove fossero capitati. E c’era l’allenatore Spalletti con la stessa faccia che si può avere davanti a un horror alla Dario Argento.

 Perché Spalletti è stato l’anti-Totti. Non perché non ne capisse il genio calcistico. Ma perché non ne capiva la leggenda. Soprattutto la concezione dell’esistenza che ha sempre simboleggiato. Un’antropologia. Una categoria dello spirito. Che poi è una certa idea di Roma e dell’Italia. Un’idea festaiola e mollacciona, sciatta e decadente, da <Grande bellezza> alla Sorrentino, in cui qualsiasi problema non si risolve con una soluzione ma con una amatriciana. In cui qualsiasi problema si sdrammatizza col <cosa sarà mai?> alla Maurizio Costanzo e il problema resta là. Ritmi e riti grazie ai quali la Roma non ha mai vinto niente. Ma ciò che conta è che sia la <Maggica> e Totti il suo dio. Amore a prescindere. Una storia romantica che col calcio c’entra come un Salvini con la lingua italiana. Benché proprio questa romanità distratta e leggera abbia rischiato di farle perdere domenica scorsa non solo la partita e l’Europa, ma la dignità molto meno importante della fiesta.

 VIZI & MITI Quella andata in scena è l’Italia d’er sugo e di sticazzi. L’Italia che, alla Flaiano, non potrà mai cambiare perché tengo famiglia. Come appunto quella del Medesimo. Coppia trash ma bella, non c’è che dire, e figli biondi. Lui bonaccione e tonto, farfugli più che parole, lei classica ex Velina-con-Calciatore, furba e premiata azienda di successo fra pubblicità, comparsate televisive, libri di barzellette, beneficenza. E milioni. Ma Roma che grazie anche a Totti ha fatto scappare non solo Spalletti ma altri fior di allenatori come Raul Garcia, corrotto dal ponentino, e Luis Enrique, poi vincente col Barcellona. Perché un Totti in seno può essere strapotere bullistico nello spogliatoio quanto sublime (ma neanche vincente) in campo.

 E’ l’Italia in cui non si muove nulla. L’Italia del piagnismo e dello sconfittismo. L’Italia con una lacrima sul viso. Paralizzata dai suoi vizi e miti. Una essenza morale simboleggiata da una capitale metà museo metà periferia sudamericana. Che si droga di sceneggiate fra Totti e tottismo. Che si perdona tutto e non perdona solo se le toccano il Capitano. Che rifiuta il dinamismo per il provincialismo. L’Italia che spaccia per attaccamento alla maglia i 25 anni romanisti di un Totti che altrove avrebbe potuto fare al massimo il Totti e non la divinità. Un’Italia che così rinuncia a vedere al di là della sceneggiata. E che, per dire, ora andrà a votare con un proporzionale per non scegliere e restare ingovernabile. Italia figlia del Ventennio e della Dc. Italia a pezzi che si unisce nel dolore solo quando un Totti a 41 anni vuole restare Pupone e invece di andarsene chiede altre carezze. Ve lo meritate, Francesco Totti.