Zitti zitti per il Sud una botta d’aria fresca

Venerdý 9 giugno 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Dunque per il Sud un salto della rana non è una <mission impossible> alla Tom Cruise, ma possibile. Per uscire da vent’anni di solitudine (citazione alla Garcìa Marquez), almeno a credere a un Gentiloni in vena culturale. Scenario Matera. Occasione: gli stati generali del Mezzogiorno. E lasciamo stare che si siano fatti in una città cui non basta essere la Capitale europea della cultura per avere un treno delle Ferrovie dello Stato. Questo tanto per dire che non sempre la rana fa il salto nella direzione giusta.

Ma quali le leve della fiducia del presidente del Consiglio? Anzitutto il Mediterraneo, tornato centrale come dimostra l’immane nuova Via della Seta che la Cina sta costruendo. Secondo, il turismo, che sta rendendo onore alle bellezze del Sud molto più di tante promesse non mantenute. Terzo, l’impegno del governo a rendere gli investimenti al Sud convenienti come mai finora. Roba che, a essere nati ieri, imporrebbe lo spumante. Soprattutto se il premier si avventura a dire che, insomma, la sinistra è stata a lungo convinta che il modo migliore di risolvere il problema del Sud era ignorarlo. Nel senso che non ci volevano farmaci particolari ma gli stessi del resto del Paese. Come se la Germania e la Spagna, dove è stato fatto (e con successo) il contrario, ci avessero finora raccontato bufale.

 Ché se poi vai a scavare, un po’ sospetti che la vogliano dare a bere. I porti indicati da Gentiloni medesimo ai cinesi sono Trieste, Venezia e Genova. Perché i più collegati col resto d’Europa per accogliere (o far partire) le merci che correranno lungo sessanta Paesi. Ignorando proprio Taranto e Gioia Tauro a lungo spacciati come le punte di un’Italia piattaforma nel Mediterraneo. Il fatto è che i danni non colpiscono mai una volta sola. Nel senso che prima non ti collegano, poi alla prima occasione ti dicono, spiacenti ma non siete collegati. Tanto che, capita l’antifona, i cinesi da Taranto se la sono già filata.

 Ma ora dovrebbero arrivare per il Sud le <zone economiche speciali>, versione 2.0 delle zone franche. Con una trattativa in dirittura d’arrivo (assicurano) con l’Europa attenta a che non si alteri la concorrenza. Ma che in altre parti dell’Unione le ha già autorizzate. Una combinazione di incentivi fiscali e legislativi. Regioni più solerti a proporsi la Campania e la Calabria, più lente Puglia e Sicilia. Ma fra le leve sulle quali Gentiloni confida per dire che investire al Sud ora conviene.

 Sarà. Fatto è che il bonus occupazione per chi investiva (appunto) e assumeva al Sud è stato finora come la Juventus col Real Madrid. Tanto che se il Centro Nord ha quasi del tutto raggiunto i livelli di reddito precedenti la lunga crisi, il Sud ha recuperato solo 194mila lavoratori sui 516mila persi. Non bastano i bonus se, per dirne una, solo la Lombardia ha più linee ferroviarie interne di tutto il Sud. Lo avranno capito se manterranno l’impegno (ne abbiamo già parlato) di approvare la regola del 34,9 per cento per il Sud. Nessuna roba alla OO7, ma una percentuale di investimenti pubblici nazionali al Sud non inferiore alla percentuale della sua popolazione. Roba da approvare entro giugno. E soprattutto la prospettiva che, con la spesa ordinaria che salirebbe così dall’attuale 22 per cento, anche i fondi europei siano finalmente aggiuntivi e non più sostitutivi. Cioè un di più, non gli unici disponibili coi quali arrangiarsi.

 Anche perché, nonostante tutto, c’è altra aria buona. Nel 2016 l’export del Sud è salito del 7 per cento, petrolio escluso. E il 2017 sembra lì lì. Poi i giovani. Alle cui nuove imprese il previsto decreto per il Sud dovrebbe riservare un finanziamento fino a 40mila euro (il 30 per cento a fondo perduto). Con un programma che è tutto un programma: <Resto al Sud>, visto quanti vanno via. Ma visto anche che la maggior parte di nuove imprese italiane sono ora al Sud. E infine, per la serie <fidiamoci un po’>, qualcosa che il Sud attende dal 2009, <annus horribilis> di quel federalismo che al Sud ha portato solo più tasse e più fregature. E la cui condizione principale, partire alla pari, non è mai stata rispettata.

 Dovrebbe (potrebbe) avvenire adesso col calcolo otto anni dopo dei cosiddetti Lep, livelli essenziali di prestazioni. Sono i servizi sociali minimi da garantire su tutto il territorio nazionale, dall’istruzione all’assistenza, dal trasporto agli asili nido. E che si scopre essere in tutto il Sud inferiori al Centro Nord, dove lo Stato spende di più. Tranne poi accusare il Sud della sua qualità della vita invece di scusarsene.

 Fatte le somme, non è che si cominci davvero a far giustizia al Sud? Senza esagerare, visto come se ne stanno distruggendo le università asfissiandole. Ma la condizione per fare tutto questo è che ci sia un governo. Al momento c’è. Ma del doman non c’è certezza.