Insetti fritti e dolce alla seta

Sabato 10 giugno 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Mettiamo la zanzara, ora che è stagione. L’essere più odiato e inutile nella storia del mondo. Eppure, se vogliamo che i nostri nipoti non muoiano di fame, fra un po’ dovremo pensarci prima di appiccicarla al muro col sangue che ci ha rubato. Perché nel 2050 saremo (saranno) 7 miliardi, oltre due più di ora, e ci vorrà il 70 per cento in più di cibo. E fatti un po’ di conti, si arriva sùbito a quale cibo sarà, visto che gli insetti sono l’80 per cento degli animali sulla Terra. Altro che bistecche di manzo e fegato di cavallino per gli anemici. E, schifose parassite come le zanzare a parte, gli insetti non inquinano, cioè sono <sostenibili>. E richiedono poca acqua, non come una fiorentina che per diventarlo ci costa non meno di 200 litri di quell’acqua sempre più scarsa.

 I NUOVI SUPERCIBI Ma mica solo il 2050. Oggi non fai un passo senza sentir parlare di questi <superfood>, supercibi, altro che patate-riso-e-cozze. Supercibi che devono essere non solo marziani rispetto ai tradizionali. Ma molto concentrati, visto che fra 33 anni ci sarà molto meno tempo di ora (chissà perché) e con un solo boccone, zac, si deve risolvere la pratica. E allora gli insetti sono il Bingo, ricchissimi di proteine, omega3, omega6 e senza effetti collaterali anche gravi. Né provocano dipendenza psicologica. Né contengono olio di palma. Anzi sono talmente efficienti che possono arrivare a un peso dell’80 per cento superiore rispetto a ciò che mangiano.

 Insomma il massimo del <low cost>, basso costo, da far invidia a Ryanair. E poi sono il futuro del cibo come De Mita lo è per la politica italiana. Perché erano già nel menu dei nostri antenati. Poi sono pasto quotidiano in Asia quanto per noi il cappuccino e il cornetto. E campeggiano nei supermercati di Olanda e Danimarca, che stanno sempre lì a farci sentire (e meno male) mediterranei. Una farina di insetti nel microonde e vai. I grilli, per esempio, privati dello scheletro sono un concentrato di fibre, mentre da larve lo erano di grassi e delle sopradette proteine. Non ne parliamo del baco da seta. Ti fai una camicia in shantung e ne esce anche la merenda al gusto vanigliato indicata per i diabetici. A Natale panettone come sottoprodotto di una cravatta. Insomma una economia circolare, dagli scarti alla tavola. Ché se il signore non dovesse gradire la vaniglia, ci sono le locuste che danno di pollo e i vermi di noce. Per le serate a mare, involtini di meduse.

 Ma della quinoa, non vogliamo dire? Ormai sono più inesorabili di una cafonata di Trump i fighetti che ne parlano con la stessa aria mistica di una visita a Medjugorje. Pianta erbacea della famiglia delle Chenopodiaceae, come la barbabietola e le bietole. Coltivata da più di 5mila anni sulle Ande tra Perù e Bolivia. Apprezzata dagli Inca per i quali era la <chisiya>, la madre di tutti i semi. Digeribile, proteica e con poche calorie. Ricca di fibre, minerali e vitamine B, C e D. Con tutti gli aminoacidi essenziali che il corpo non è in grado di produrre. Basso indice glicemico. Perfetta per i celiaci perché a glutine zero. Amata da vegetariani e vegani. Da consumare generalmente bollita con zuppe, minestre o insalate. In qualche pub servita come hamburger vegetale. Nella cucina masterchef come <quinoa bianca al pesto di mandorle e anacardi>. Chissà perché questa Cristiano Ronaldo dell’alimentazione è stata finora nascosta.      

  DILLO ALLA NONNA Ormai routine roba anti-tutto come curcuma o zenzero. Le centrifughe di frutta non fanno più impressione a nessuno. Mirtilli, melograno, semi di lino, canapa, avocado si trovano anche negli alimentari più abbattuti. Così la schisandra, l’acerola, la moringa, la pitaya, la spirulina (baresissima) sono ormai conosciute come le fave e cicorie, anzi tanto più mitiche quanto meno conosciute. E creme di zucca, soufflé di sedano rapa e arrosticini di seitan tanto richiesti da essere calcolati nel costo della vita dall’Istat. E l’avena, e il ramen, e il cheviche, e il kimchi? Tutto buono, tutto super. Ora furoreggiano le bacche di goji, delle quali inutile andare a chiedere le qualità organolettiche.

 Secondo gli esperti più inesorabili di un Di Maio in tv, non è più soltanto roba di tendenza, da globalizzazione. Non moda ma cambio di mentalità. Una droga naturale. E in gran parte dai nomi inglesi, dovessimo finire alle orecchiette con le braciole. Ipernutrienti che in una botta ti mettono a posto, proprio ti sistemano. Tra elisir di lunga vita e antistress. Al tempo di Bracciodiferro, bastava un boccone di spinaci per diventare super-eroi. Ora non si va da nessuna parte senza prodotti magici che non provengano da una foresta pluviale o da un bosco scandinavo. Ed è reazionario chi dice che nulla è buono se non piace anche alla nonna. La quale, figuriamoci, è rimasta alle cipolle di Acquaviva e alle carote rosse di Polignano. E magari, chissà come, campa cent’anni.