Nato a Potenza? Sei un potenziale

Sabato 24 giugno 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il monte Bianco sta in Sardegna. Hitler è andato al potere nel 1979 e Mussolini nel 1964. Le ghirlande di fiori sulle tombe si chiamano festoni. L’altro nome di Formosa è Tettona. Solo i dentisti possono cuocere la pasta al dente. Il fu Mattia si chiamava Bazar. Il premier è a capo della magistratura. La Cappella Sistina l’ha dipinta Machiavelli. Mantova è in Basilicata. Il Muro del Pianto è a Berlino. L’Himalaya è in Giappone. La capitale della Slovacchia è Belgrado (e presumibilmente quella della Serbia è Bratislava). Gli abitanti di Potenza sono potenziali. La deflazione è quando uno non si presenta (defezione, che non è quando i cani la fanno in strada).

 ORRORI (NON SOLO) IN TV Non è una raccolta di battute di un comico abbattuto. E’ un elenco di ordinari orrori dei concorrenti della trasmissione <L’Eredità>, il quiz più longevo di mamma Rai, e di qualche altro affine. Dove i concorrenti si presentano con tanto di diplomi e lauree a caccia del quarto d’ora di celebrità che la televisione non nega a nessuno (secondo la profezia di un artista visionario come Andy Warhol). Dimostrando che l’ignoranza non sarà indispensabile, ma aiuta ad avere successo. In un Paese in cui è recente l’allarme di seicento docenti universitari sul livello dei loro studenti. E in un Paese in cui prima di andarsene per sempre (chissà se indignato) il grande linguista Tullio De Mauro lamentava che oltre metà della popolazione riesce a leggere (forse) tutto riuscendo a capire (quasi) niente.

 Ne abbiamo già parlato, ma non è per infierire (nel senso di insistere non di ferire). Ma pochi giorni fa i ragazzi di terza media hanno dovuto affrontare il cosiddetto test Invalsi, ultima prova scritta del loro esame. Test Invalsi amato come uno juventino può amare un interista. E al cui livello di difficoltà ha dato un voto fra il 7 e il 10 il settanta per cento di loro, immaginando che volessero dire livello alto. Essendoci fra le domande una che pretendeva di sapere se <barcolliamo> significa <ci avviamo senza preparazione>, o <siamo spinti contro la nostra volontà>, o <procediamo sicuri delle nostre conoscenze>, o <avanziamo fra dubbi e incertezze> (riveliamo che la risposta era la numero 4). E pretendendo un’altra domanda di sapere se su <sta, <po>, <su>, <giu>, <qua>, <la>, <da> ci va l’accento, l’apostrofo o né l’uno né l’altro. Un bel rebus per nostri figli o nipoti che figurati se stanno a pensarci quando scrivono sul cellulare. Sul quale <non> diventa <nn>, facendoci chiedere in che maniera straordinaria possano impiegare quel centesimo di secondo risparmiato non mettendo la <o>.

 LASCIARE <TRACCIE> I custodi del patrio linguaggio tendono a sdrammatizzare, non parliamo né scriviamo più come Manzoni (figuriamoci) ma è una naturale evoluzione col forte sospetto di involuzione. Ma chiedendoci se lo dicano più convinti o più rassegnati. In un tempo in cui, se non come Manzoni, si scrive come i nostri antenati di Grotta Paglicci sul Gargano, che per dire qualcosa disegnavano sulle pareti come oggi si parla a faccine su Facebook e nei messaggini. E, fatti i conti, forse facendoci capire meglio. Cosicché, se il punto e virgola rischia la meritata estinzione, sono resuscitati i geroglifici. Il futuro non è più quello di una volta.

 Ma lo è invece il passato prossimo. Correva l’anno 1985 quando lo scrittore Paolo Volponi si scatenò contro le <scolaresche preparate in modo approssimativo, quasi scandaloso>. Dei cellulari parlavano allora solo gli autori di fantascienza. E l’inventore di Facebook aveva il biberon o poco più. Né i poveri martoriati insegnanti si sarebbero ancòra visti denunciare al Tar se avessero messo un votaccio. Insomma allora come ora la Buona Scuola si doveva fondare sull’italiano, non essendo terrorismo dire che le culture e le civiltà partono dalla lingua che parli e da come ti fai capire. Ne deve essere tanto convinto il ministero al ramo, che il fresco Piano per la formazione dei docenti dice fra l’altro: <Questo Piano sostiene in maniera concreta diverse azioni per favorire l’innalzamento della qualità dei percorsi formativi, introducendo linee guida, regole e incentivi perché i percorsi offerti e organizzati dalle scuole possano diventare prototipi e riescano a massimizzare il proprio impatto sul capitale professionale e sociale di tutta la scuola>.

 Tra <incentivi>, <massimizzare>, <percorsi formativi>, <prototipi> e <linee guida> il rischio è il suicidio di massa come quello delle balene. Poi questa gente qui va dai ragazzi e, sempre nel sopradetto test Invalsi, chiede loro se per caso <fare un’analogia> significhi <fare una citazione>. <Fare un’analogia>, o fare schifo?

 (Ultime notizie. Per lasciare traccia di sé, il suddetto ministero scrive <traccie> e non <tracce> degli esami di Stato. E <battere> invece di <battèrio>. Non sappiamo dove battere la testa).