Caro lettore anzi non caro

Sabato 1 luglio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Caro lettore. Anzi solo <lettore>. O al massimo <Buongiorno lettore>. Perché il <caro> è ormai scomparso come Renzi nell’ultima campagna elettorale. Fatto fuori da tempi in cui trovare una gentilezza è più raro di un Donnarumma che si stia un po’ zitto. <Caro> certamente a rischio ipocrisia, come fai a scriverlo a chi non hai mai visto di persona? O a chi avresti voluto vedere piuttosto asfaltato da un camion? Ma lo sapevamo tutti, tutti siamo stati colpiti da un <caro> a tradimento e abbiamo ricambiato. Non più pericoloso di un uomo-bomba dell’Isis. Ma comunque una zolletta di zucchero in giorni di aria amara assai. E chissà se non sempre meglio un <caro> detto così, tanto per dire, che non dirsi affatto. Mentre non ci diciamo più neanche a telefono pur essendoci sulla Terra più cellulari che abitanti. Ci mandiamo messaggi perché sentirsi a voce è più archeologico dell’Uomo di Altamura. E chi vi casca è più sospetto di un Salvini che facesse un baciamano.

 MODI DI DIRE SCOMPARSI Ma il <caro> non è l’unico ospite perfetto di <Chi l’ha visto?>. Da lunedì 3 luglio scompare un altro reperto d’epoca: il libretto al portatore. Che poi come <libretto> non lo conosceva nessuno, essendo sempre stato la <libretta> nella lingua popolare. Quello nel quale si mettevano i soldi per le scuole dei figli. O per il matrimonio. O per regalo dei 18 anni. Battesimi e prime comunioni. Quello della Posta o della banca sotto casa. Quello della piccola Italia che risparmiando fece il miracolo. Quello che si conservava sotto il materasso o nel cassetto chiuso a chiave. Quello sul quale si andava a versare coi soldi nascosti nelle mutande o nel reggiseno. Quello dal quale si andava a ritirare quando il Bancomat era roba da marziani e i soldi bisognava toccarli. Quello sul quale maturavano gli interessi quando si depositava ancòra per guadagnarci. Quello col quale ci si faceva la rendita per la pensione o per l’eredità ai nipoti. Quello che chi lo aveva non si sentiva povero anche se lo era.

 Il Paese che non c’è più ha fatto fuori anche i <buongiorno> e <buonasera> con la stessa brutalità con la quale Hamilton ha fatto fuori Vettel all’ultimo gran premio di Formula 1. E chi non l’ha ancòra capito è come quel giapponese che trent’anni dopo si nascondeva credendo che la guerra non fosse finita. Rivolgi un <buongiorno> o un <buonasera> a chi incontri per le scale o in ascensore e vedi se non ti fissa come se fossi appena sbarcato a Lampedusa. O se lo prendessi in giro. Sostituiti da un <salve> soprattutto giovanile. Parola che lo sconcertato scrittore Guido Ceronetti definì fredda e sgraziata, buttata lì con svogliatezza e noncuranza. Anzi con la convinzione, chissà, di essere brillanti o moderni. O fuori dalla (pericolosamente) educata volontà di un approccio gentile che non fa stare peggio chi ci prova e fa stare meglio chi lo riceve. Salve, che neanche ti guardano in faccia. Meno che mai accompagnato da un sorriso, un ammiccamento degli occhi, una remota umanità, un segno di vita.

 TRIONFO DEL SALVE Una società caricata a salve. Un tono (anzi una mancanza di tono) sgradevolmente infame (sempre Ceronetti). Un comunicare (anzi non comunicare) spiccio, neutro e insipido come un’insalata senza sale. Un parlare quotidiano spia di tant’altro di smarrito. Una salvite acuta da robot che ha sciolto nel suo acido anche gli <arrivederci>, ma che vuole questo, ma chi ti conosce? Roba da Alitalia che infatti ha fatto quella fine. E quanto al <ciao>, deve essere considerato fin troppo confidenziale nella società non meno artificiale di una bionda barese. E se <ciao> deve essere, al massimo è il <cia-cia-cia> di fine telefonata, gutturalismo più ornitologico che umano. Lasciamo stare il <piacere> delle presentazioni e le strette di mano, lei è Claudia, salve. Stop. Piacere sopravvissuto solo nei <mi piace> riservati su Facebook anche a chi annuncia che gli è morto il fratello, <mi piace>. E a più piace, meglio è per il morto.

 Ultimo reperto da era mesozoica il <lei>, entra in un negozio qualsiasi e vedi se una ragazzotta tatuata, persicata (nel senso di <percing>) e con la gomma da masticare non ti spara sùbito un <tu> come con i suoi amici al bar. Ciò che, è noto, lasciò di stucco un Umberto Eco, consapevole altresì che non è che la ragazzotta sia più ineducata di un parlamentare in uno show televisivo. E’ che nessuno le ha mai detto che si dà del <lei> a chi non si conosce. O magari a uno più anziano, laddove c’era una volta l’anziano che si rispettava. Non si dice più neanche <signora> o <signorina>. Scomparsi come buchi neri <marito> e <moglie>, ma qui si capisce essendoci ora solo compagni e compagne.

 Ti scrive un onorevole, ti invita a una riunione di <amici> non meglio identificati. E conclude con <un abbraccio>. Questo sì, immortale, a conferma che potremo andare su Marte, ma resteremo democristiani.