Il problema della scuola non si chiama Donnarumma

Venerdý 7 luglio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Donnarumma. Non per aggiungerci al noiosissimo tormentone dell’estate: dove va Gigio, che fa Gigio. Ora pare che resti al Milan, 6 milioni l’anno per cinque anni, più lo sconosciuto fratello come sua schiappissima riserva in panchina. Nell’Italia che tiene famiglia e che riesce a trasformare tutto in farsa. Ma ciò che interessa di più del 18enne nazionale di calcio è la sua scelta di non presentarsi agli esami per diventare ragioniere, essendo comunque già portiere. E di volare piuttosto a Ibiza con un aereo privato per la necessità di <staccare>: degno figlio di un Paese che, di fronte ai problemi, normalmente non affronta ma <stacca>.

 Non interessa neanche tanto che solo lo 0,8 per cento dei calciatori italiani sia laureato (l’ultimo, Chiellini), né interessa sapere che inglese parlino con gli arbitri nelle partite internazionali. Non interessa neanche che il 30 per cento dei candidati calciatori di 14-15 anni abbandonino gli studi perché non ce la fanno, sequestrati come sono dalle società. Ma se loro la scuola la lasciano, per chi esce dai banchi la disoccupazione giovanile è al 37 per cento. Mentre ci sono state 85mila domande per il concorso a 30 posti di vice-assistente alla Banca d’Italia, gente che al massimo sarà adibita a distruggere le banconote false o usurate lontano mille chilometri da casa. E lasciamo al solforico Checco Zalone l’ossessione del posto fisso e allo scomparso Fantozzi la tragicommedia dell’impiegato.

 Ciò che interessa di più capire è perché dire scuola non significa dire lavoro futuro, e non solo per la crisi economica. E se quindi non ci sia qualcosa di sbagliato in questa scuola italiana, domanda retorica come se si chiedesse se il sole è caldo. Tenendo conto, per esempio, che al Nord non si trovano laureati in ingegneria o materie scientifiche. E che al Sud ci sono pochi manager del turismo o dei servizi culturali. Sapendo tutti noi cosa significhi chiamare invano qualcuno che ci ripari il computer. Mentre latitano anche gli esperti di macchine utensili nel Paese che si è vergognato di quegli istituti professionali che hanno fatto il miracolo economico degli anni ’60.

 Insomma le nostre scuole e le nostre università non terrebbero il passo col progresso, a cominciare dal digitale. Non c’è da noi un liceo tecnologico, se non qualcosa qua e là. E i neoassunti sarebbero scarsi non soltanto in matematica e informatica, ma anche nelle lingue e con un italiano da <se sarei andato>. Soprattutto, non saprebbero fare niente, talché ci vuole un corso di formazione per imparare ciò per cui sono stati assunti. Nonostante magari un voto di laurea che è rassicurante come l’amore per la Juventus di un Dani Alves. Soprattutto, saprebbero (se pure) l’anno della scoperta dell’America, ma avrebbero carenze oggi considerate più decisive. La capacità logica. La duttilità di fronte ai problemi. La creatività. Le chiamano meta-competenze. Più psicologiche che materiali. E che dovrebbe dare, ecco qua, la scuola.

 Tutti dovremmo fare da scudi umani alla scuola. Difenderla, visto come è trattata. E visto che non c’è sua puntuale riforma che non si traduca nell’ennesima paccata di carte da riempire più che in un’idea di che Paese vogliamo essere. E dove vogliamo andare. Un’idea di domani più che un altro applicato aggiunto di segreteria. Invece ci sono programmi ministeriali sacri come tabernacoli ma secondo i critici non ci sarebbe un metodo <euristico>. Insomma insegnare ai ragazzi come muoversi di fronte a una necessità, dove cercare fonti e documenti. Con la bicicletta dalle ruote quadrate che non dovrebbe essere solo un compito di matematica come quest’anno ma una prova di vita. Vediamo come te la cavi. Ricordando, con Seneca (altro cliente degli ultimi esami) che perfino la filosofia <non risiede nelle parole, ma nei fatti>.

 Per farla breve, la scuola andrebbe da una parte, il lavoro dall’altra. Talché, con cotanta disoccupazione, non ci sarebbero gli addetti. Ma davvero la scuola deve essere solo strumento per trovare lavoro? Assecondare il mercato più che le propensioni personali? Davvero dobbiamo imitare un’America zeppa di geni da Nobel ma che non sanno dov’è Belgrado? Davvero non si deve insegnare anzitutto un modo di pensare oltre che dare un titolo per fare un concorso? Davvero il latino è una lingua morta e non una logica ancòra viva? Davvero sono astratte tutte le materie che non puoi mettere nel curriculum?

 Intanto le famiglie giudicano spesso inutili gli studi. E il merito è meno riconosciuto delle lacrime della Madonna di Madjugorje. Ma mentre l’Italia continua a restare in mezzo al fiume, e i suoi giovani peggio, il pensiero è Donnarumma. Il quale non sa che la maturità è una prova di maturità più di un rigore parato. Non fosse terrone, gli avremmo già detto da tempo di andarsene non a Ibiza, ma al diavolo.