Si chiama estate si legge tavolate

Sabato 8 luglio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 Dimmi come ordini e ti dirò chi sei. E’ il bar l’ultimo campo di battaglia di un popolo il cui nemico numero uno è la regola da rispettare. Altro che terroristi radicalizzati col giubbetto esplosivo. Che ci sia un menu da seguire, deve essere una diffamazione aggravata. Stanno a spulciarselo un tempo sufficiente ad impararlo a memoria ma indirettamente proporzionale alla voglia di tenerne conto. E quando la ragazza si avvicina carta e penna per segnare cosa portiamo, allora parte la domanda come una fucilata: cosa c’è. Come, cosa c’è, e che l’abbiamo scritto a fare? C’è tanta di quella roba che ci vorrebbe una Treccani, la ragazza parte ad elencare i 36 tipi di pizzella nel disinteresse totale di chi ha chiesto cosa c’è ma ora è tutto impegnato nella mischia da rugby per scegliere dove sedersi. E mentre la ragazza passa a descrivere i 52 tipi di toast e i 45 ingredienti dei cocktail alla frutta alla stessa velocità degli effetti collaterali dei farmaci, parte il <va bene ci dia un po’ di tempo>, più urticante di un sorriso di Di Maio.

 ANARCHICI DEL MENU La ragazza è appena schizzata come una scheggia verso le chiamate disperate dell’altro tavolo (il quale aveva anch’esso chiesto un po’ di tempo), che comincia l’indignato lamento, questa non ci viene mai. Dopo di che si avvia la trattativa pizzella per pizzella per far suicidare lo chef e sostituire lo speck con prosciutto crudo ma quello buono, per eliminare la cipolla dall’insalata alla cipolla, per inserire gli asparagi nella grigliata di melanzane e zucchine, per raccomandare poco olio nella bruschetta di pomodoro olio e sale, per assicurarsi che il tortino di ricotta sia proprio di ricotta ricotta, per aspettarsi un servizio veloce avendo riscritto e personalizzato tutto il menu manco fosse un software da resettare. Con l’altissima probabilità che l’asparago finisca nel toast e l’olio nel tortino di ricotta. Ma questa è una stonata, tanto ci voleva a capire.

 L’anarchia da bar è una delle facce di un’anarchia più diffusa degli sbarchi a Lampedusa quanto più l’estate è estate e darsi fretta è più improbabile di un sorriso di Fassino. Con le nostre città che più che città sono tavolate a cielo aperto. Non c’è mezzo marciapiede, non c’è passo carrabile, non c’è mattonella, non c’è centimetro quadrato che uno sgabello, un trespolo, un cavalletto, un mezzo furgone, un tavolinetto da picnic, una tovaglietta di carta non trasformino in una mangiatoia, in un ristorante diffuso, in un bar sgalettato ai cui confronti i vecchi carretti del gelato a limone erano cinquestelle superlusso.

 E’ un io mangiante che conquista la scena. Un nomadismo sempre pronto a mettere ovunque qualcosa fra i denti quanto più sappia di trasgressione e di precarietà non minore della propria. Tra aperitivi rinforzati e sushi. Con pasti che si sono destrutturati come una giacca di Armani senza fodera. E con tempi da città h24, quelle che non chiudono mai sotto cieli tanto carichi di calori quanto di afrori. La globalizzazione della fame senza preavviso né prenotazione. Così pullulano piadinerie, yogurterie, focaccerie, spuntinerie, cicchetterie, breakfasterie, cornetterie, frullaterie, gelaterie, caffetterie, wurstellerie, bracerie, sorbetterie, paninerie, snackerie con roba pronta all’uso come se fossero bancomat del ruminare senza orari canonici e con creativi dell’ordinazione come i sopradetti violentatori di menu, quelli delle ricette personalizzate con l’asparago brandito come arma di destabilizzazione di massa.

 PERONI E LIMONCELLO Un’estate che esce dall’inverno del nostro scontento ma non proprio del nostro digiuno, nel mondo in cui il cibo sprecato sarebbe abbondantemente sufficiente per non sprecare le vite di chi non ne ha ogni giorno. E un’estate la cui altra faccia molto poco nascosta è quella delle abbuffate in spiaggia, un <banqueting> di fronte al quale una festa di matrimonio è un desco monacale. Tra timballo e parmigiane, tra polpi crudi e frutta di mare, tra burrate e peperonate, tra grigliate e cocomeraie, tra fioroni e spumoni perché si suda e bisogna sostenersi. Peroni ghiacciata e limoncello per tutti.

 E intanto è in agguato permanente ed effettivo l’ultima faccia dell’estate culinaria, quelle ville sempre aperte e sempre minacciose di accoglienza perché in villa ci si annoia e non è che puoi andare ogni sera a burraco. Una gentilezza forzosa e forzata cui non si può dire di no, una convivialità di rimpatriate e di inviti come coltellate e con turni sindacali, la prossima volta da noi. Così città e lidi d’estate sono una permanente pausa pranzo che sotto le stelle o sotto l’ombrellone, tra sagre e feste, festival e fiere celebra orge di tielle e battaglioni di assaggini. Chi vuol essere lieto mangi prima che le malinconie dell’autunno portino divieti e diete. E il dilemma fantozziano fra peccato e carboidrato.