In ferie connessi anzi non connessi

Sabato 12 agosto 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Una cagata pazzesca. Ricordiamo tutti il famoso grido liberatorio di Paolo Villaggio davanti al film di Sergej Michajlovic Ejzenstein. Un capolavoro del cinema di propaganda fino ad allora. Una caricatura da quando il grande attore scomparso interpretò il nostro comune senso della rivolta verso sacralità non comprese e imposte. Lui dipendente schiavizzato e costretto a sorbire la terrificante visione dei classici su ordine dei grandi capi. Qualcosa del genere avveniva durante le famose <serate diapositive>, quando amici appena tornati da un viaggio organizzavano una mellonata col subdolo scopo di mostrare quanto si erano divertiti dove erano stati. Poi ai mille interminabili scatti seguirono i filmini: una novità tranne la noia. Infine il tempo del web. Che ripropone uno fra i più stressanti interrogativi delle vacanze contemporanee: connessi o non connessi?

 COME <STACCARE> Ricordiamo la foto giornalistica che l’anno scorso ha vinto il primo premio del Word Press Photo (con mostra tenuta a Bari). Il buio di una sera d’Africa punteggiato dalle luci di telefonini innalzati al cielo in cerca di campo. Che poi era la ricerca della speranza di un segno di vita da parte di parenti partiti su un gommone senza dare più notizie. Fatte le proporzioni, se quella foto simboleggiava la tragedia dell’immigrazione di massa, una farsa sono certi nostri villaggi turistici. Laddove un popolo di zombi si aggira nelle ombre brandendo pietosamente il cellulare di qua e di là nell’etere. E dove sale una sorda crescente imprecazione di fronte alla quale è una carezza il <muoio disperato> di Cavaradossi nella <Tosca> di Puccini. Una atmosfera da suicidio di massa come le balene: perché il telefonino <non prende>.

C’è chi teorizza che se oggi vuoi essere davvero <in> devi essere <out>. Una domanda esistenziale alla Nanni Moretti anni ’70: <Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?>. Insomma per distinguerti durante le ferie, dovresti lasciare il cellulare a casa. Distinguerti e <staccare> davvero, come tutti quelli che partono dichiarandosi distrutti manco facessero i minatori di carbone dei romanzi di Archibald J. Cronin. Quelli che gli chiedi se per caso non si sentano bene se non li vedi h24 di testa su quell’affare come se avessero la scogliosi. Quelli che la prima domanda che fanno per decidere la meta è: <Ma il wi-fi c’è?>.

 Secondo un certo Blaise Pascal, <tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo>. E figuriamoci che il filosofo francese visse nel 1600 quando non c’era neanche la tv. Poveretto. Ma oggi se non stai a consumare polpastrelli e giga ti senti fuori dal mondo, altro che nella stanza da solo. Tanto che decidere di essere <out> anche solo per 15 giorni sarebbe un trauma esistenziale come il bambino senza il ciuccio visto che oggi la realtà è più su quello schermo che nel mondo. E se poi non ci rientri? Così hai bisogno minuto per minuto della conferma di esserci, a quel mondo fatto di post, sms, whatsapp, instagram, twitter. Si chiama <Fomo> (<fear of missing out>, paura di perdersi qualcosa) l’ansia digitale. Senza renderci conto che non avere gli occhi che per quel coso, ti fa stare nella stanza da solo peggio del filosofo kamikaze.

L’OCCHIO CHE CONTA  Ma poi, impagabile è la rimbambita libidine di postare foto con le pose più cretine per ogni bagno che fai, per ogni bruschetta, per ogni spritz, per ogni allegra compagnia al bar o in discoteca, per ogni alba o tramonto, per ogni monumento apprezzato non in quanto monumento ma in quanto figata da inviare a chi non se ne frega più di te. Una sequela di foto e di video che se le rivedi qualche anno dopo concludi da te stesso che eri proprio cretino. E che, francamente, non sono meno cagata pazzesca delle serate diapositive. Ma se non fai il giro del mondo in 80 selfie, si chiedono se non ti sia successo qualcosa.

 E lasciamo stare che l’occhio del viaggiatore è ben altro che quello di un iphone. E lasciamo stare che non possiamo essere Robinson Crusoe a singhiozzo. E lasciamo stare chi si vanta di vivere senza i social, che non ama i <like> e litigare è meglio. E lasciamo stare chi invita a guardarsi dentro, più che mostrarsi per come si è fuori. E lasciamo stare altre botte di moralità tipo <Per piacere, non andare a navigare sulla Rete, stringi forte chi ti vuole bene>, che scopri essere solo un testo del gruppo indie rock Baustelle. E’ tutta gente ignara che, oltre al <Fomo> sopradetto, c’è anche il <Gomo> (<going out more often>, impulso a uscire di più). Uscire su un video, non dalla propria prigionia tecnologica.

 Ché poi, ciascuno della sua vacanza fa quello che vuole, connesso, sconnesso, indefesso, fesso. Ciò che è certo, è che se incontri qualcuno che ti chiede ancòra, <Scusi, mi può fare una foto?>, ti domandi se per caso non voglia sfotterti.