Cari giovani che cosa (non)si fa per voi

Venerdý 1 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Tutto si può dire, tranne che sia uno che molla. Così Marco Ferrara, 26 anni, di Triggiano (Bari), dopo aver inviato 2500 curricula in tutta Italia, ha accettato un impiego a Bratislava (Slovacchia). Dove fa l’analista finanziario a mille euro al mese, lui che è agronomo con master. Inutile ascoltare come hanno risposto alle sue domande di lavoro: roba tra film comico e film dell’orrore. Salendo un po’ per l’Italia, Massimo Piermattei, 39 anni, laziale, storico dell’integrazione europea, annuncia: basta vivere di speranze, smetto con la ricerca per vendere ricambi d’auto. E ancòra più su, a Torino, Ernesto Grassi, 21 anni, fa sapere che non lo cerca neanche più un lavoro: gioca alla playstation. E poi, 85mila candidati per 30 posti di vice assistenti alla Banca d’Italia. E 12mila per 200 posti da infermiere a Genova. E infine, 500mila <invisibili> nei megastore: orari no stop, mini stipendi, non è mai domenica.

 Così l’Italia si sta giocando la sua meglio gioventù. Sapendo in verità che avviene un po’ in tutto il mondo. Nessuna consolazione per i dati sulla grande fuga dalla Puglia dei giovani sotto i 30 anni: 20mila partiti negli ultimi dieci anni, con Taranto in testa su Bari e Foggia. E con Molfetta prima fra le città non capoluogo. Rischio di desertificazione civile, il Sud che si svuota, anche perché al Sud non si fanno più figli. E perdita di buona parte della futura possibile classe dirigente. Per alcuni è una opportunità, nel tempo della mobilità: andare a studiare in posti con più prospettive. Per la maggior parte è una mancanza di alternative che sfiora la rassegnazione. I giovani devono avere piedi leggeri, fare il viaggio come Ulisse. Ma per molti non ci sarà una Itaca. E anche se ci sono le ali tornanti, quelli che rientrano e aprono imprese, del doman non v’è certezza.

 E intanto su questo dramma epocale volteggia una riffa che non si sa se più grottesca o più impotente. Ci sono in Puglia politiche regionali che cercano di fare quello che possono. Ma è difficile che 25mila euro per una buona idea siano la svolta della vita. Mentre il governo annuncia un giorno sì e l’altro pure incentivi per chi assume giovani in un’atmosfera da mercatino rionale. Limite dei 29 anni, no anche oltre. Sgravi permanenti, no a tempo. Minori contributi di 3250 euro lordi l’anno a lavoratore, no sono pochi. Diamogli il 5 per mille come alle associazioni per la difesa della lumaca. Pensione minima da 680 euro. Piano Marshall da due miliardi l’anno, no saranno un fallimento: gli industriali ne chiedono almeno dieci. Trecentomila nuovi posti l’anno prossimo, ma non fate i furbetti a licenziarli dopo sei mesi. Ma perché solo i giovani, non ci sono anche gli anziani?

 Che non sia un Paese per giovani, non ci volevano conferme. Che possa finire a guerra civile fra nonni e nipoti, sarebbe da comiche finali. Che ci sia puzza elettorale, non serve neanche dirlo. Che troppe aziende chiedano sempre nuovi incentivi, è un italico vizio della spesa pubblica, benché solo in Puglia in sette anni si sono spesi 450 milioni di contributi per creare solo 1390 posti (323mila euro a posto). Ma che servano a poco misure spot, di crisi in crisi, tutti lo sanno, sia pure dando ogni colpa ai robot che si prendono il lavoro altrui. In Italia come altrove. E dove non ci sono robot ci sono, per dirne una, i bonifici bancari on line che eliminano uno sportello e un addetto.

 Ma da noi più che in altri Paesi, più si studia e più aumenta la probabilità di andare all’estero per non finire in un call center. Da noi persiste quella divisione fra studi classici e studi tecnici al termine dei quali i ragazzi non sanno né cosa sono né cosa sanno fare. Da noi il titolo di studio non garantisce le competenze ed esperienze richieste dalle aziende, un mancato corto circuito che si traduce nella frustrazione di inattivi e scoraggiati. Da noi ci si laurea ancòra in giurisprudenza mentre servono ingegneri e informatici. Da noi una seconda lingua è una varia ed eventuale. Da noi l’alternanza scuola-lavoro è vista come una espropriazione da troppi docenti e come un fastidio da troppe aziende. Da noi si battaglia fra Nord e Sud su chi ha i ragazzi più bravi dimenticando che non per colpa loro sono i meno bravi d’Europa, anzi quelli che non riescono a dimostrare il contrario. Da noi burocrazia e tasse scoraggerebbero anche un Vittorio Alfieri del <volli, fortissimamente volli>. Da noi uno stage o un apprendistato non fanno maturare crediti formativi che valgano quanto una laurea breve come in Germania. Da noi non c’è l’Erasmus per tutti quelli che lo chiedono. Da noi non si accompagnano i ragazzi fino all’acquisto della prima casa più con una garanzia statale che con gli incentivi alle aziende.

 Poi, quando i giovani vanno via, aspettiamo agosto o Natale per rivederli. Ma intanto, se hanno perso loro (ma non è detto), abbiamo perso di più tutti noi.