Ma il lungomare Ŕ anche un ’muro’ che esclude i baresi

Domenica 3 settembre 2017 da < la Gazzetta del Mezzogiorno> Bari

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Diciamoci la verità. Se dovessimo parlare del lungomare di Bari dall’inizio alla fine, non la finiremmo più. Si dovrebbe partire da Santo Spirito e arrivare oltre Torre a Mare, prima di deragliare in terra di Giovinazzo da una parte e Mola dall’altra. Diciamo lungomare tanto lungo quanto a pezzetti, visto che di tanto in tanto scompare manco ci fosse un mago Otelma. In corrispondenza del porto di Bari, come se fosse il porto di un’altra città (presidente Patroni Griffi, quando apriamo tutto e lo facciamo diventare il porto di Bari?). E in corrispondenza di quelle mostruosità che per camuffarle chiamiamo lottizzazioni, come dire a uno brutto che è diversamente bello. Ma sono cemento nella regione italiana che consuma più territorio in Italia, ogni quattro anni coperto un suolo di grandezza pari a una città, appunto, come Bari. Soffocati. E meno male che l’edilizia sarebbe in crisi.

 Ma anche un lungomare ha un suo centro e una sua periferia. E senza togliere alla periferia più di quanto le è tolto, quando diciamo lungomare di Bari diciamo soprattutto quello centrale. Insomma il lungomare monumentale. Insomma il Nazario Sauro. Che poi anch’esso periferia è, anzi come tale è trattato dai baresi. E non per colpa dei baresi, poverini. Ma per colpa di chi, invece di fare di Bari una città <di> mare, ce la mise tutta per farla solo una città <sul> mare. Perché il suo lungomare monumentale, più che un lungomare, è un camposanto.

 I tempi sono cambiati. E con l’arrivo dei 20mila della <Vlora> nel 1991 la Puglia è diventata la prima spiaggia per albanesi che erano all’ultima spiaggia dopo quarant’anni di un regime tanto aperto al mondo che il suo simbolo era il bunker. Puglia terra promessa dopo essere stata anch’essa combinata come un bunker, manco dall’altra parte dovessero arrivare orde di invasori mentre ciò che arrivava erano al massimo staffilate di maestrale. Ma quando col fascismo quei palazzoni mostruosi furono innalzati, furono concepiti come baluardo contro un mondo slavo col quale nella storia avevamo avuto un mare che ci univa invece che dividere.

 Così quei palazzi non sono palazzi, sono caserme. Tanto indigeste da fare più paura ai baresi che a un presunto nemico. Ed è inutile che ci meniamo la storiella della loro coerenza architettonica, insomma che perlomeno non sono una arlecchinata. Coerenza che non si sa se sia più un pregio o un difetto.

 Ecco allora, dall’albergo delle Nazioni in poi, le case Incis, tutto sommato il meglio del peggio. Ma poi il Palazzo dell’ex Provincia, che con la sua alta torre orologio scimmiotta (non senza pregi, per la verità) altrui stili rinascimentali. Dopo di che, il Muro. Il Palazzo del Provveditorato regionale delle opere pubbliche, ora sede della Regione. Il Palazzo della scuola dell’Aeronautica. La Caserma Bergia dei carabinieri. L’assessorato regionale dell’agricoltura. Ciascuno simbolo di qualcosa che con l’esistenza di ogni giorno c’entra come può c’entrare un ghetto. Le opere pubbliche con la statua censurata e la scritta <Costruttore> per sottolineare la laboriosità del popolo, in questo caso soprattutto paziente. L’aeronautica come squillo di modernità e di sorti magnifiche e progressive. I carabinieri appunto più come un’arma anch’essi che come serenità per tutti.

 Questa cortina di pietra ha distrutto la vita sul lungomare. Oscurandogli fra l’altro il sole. E incupendo le sere cui nemmeno i bei lampioni riescono ad accendere una luce. E anche in estati come quella che continua, la pizza e la Peroni i baresi sono andati a farsele più in là, anzi gli hanno tolto anche le panchine per farglielo capire. Né più leggerezza dall’altra parte, prima con la Muraglia (rieccoci) di fronte. Poi dopo il porto una barriera di incomunicabilità non meno arcigna, tanto che ogni condominio ha un suo cortile interno per riprendere respiro.

 Ora non si sa se un giorno gli interi isolati preclusi alla vita potranno essere restituiti ai baresi. E se quel lungomare potrà essere ciò che un lungomare è, gioia, sollievo, sogno, orizzonti. Quel mare che a interrogarlo è uno scrigno di mille segreti e di mille racconti. Interi isolati da restituire come sono, mentre il mondo sembra pervaso dall’epidemia dell’abbattimento delle statue come se abbattere il passato potesse cancellarlo. Fa parte di noi, a volte come monito.

 Ché poi, diciamoci ancòra la verità. Ma lo conoscete voi un lungomare più bello con la luce di Grande Madre Grecia, quella che forma le forme? Con mattini così incantati e tramonti che inteneriscono il core?