Addio ipermercato sogno d’America

Sabato 9 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Si dice <Bowling alone> (giocare al bowling da soli). E’ ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti per il tramonto dei tradizionali luoghi di rito collettivo. A cominciare da quelli finora simbolo dell’<American way of life>, lo stile di vita americano. Quelli che vediamo in ogni film da lì proveniente. Quelli dove i vecchi ragazzi di <American Graffiti> andavano a incontrare i coetanei, a rimorchiare, a divorare cinema all’aperto, ad ascoltare musica, a farsi il BigMac. Quelli dai quali si vedevano uscire le famigliole con i carrelli extrapieni da caricare sul Suv. Stanno tramontando i centri commerciali. Quelli che alla nascita negli anni ‘50 si chiamarono <shopping mall>, città del commercio. Stanno tramontando perché sta cambiando appunto l’<American way of life>. E quando cambia lì, laboratorio del mondo, è meglio prepararsi sùbito qui.

 LA GRANDE CRISI Uno dice: meglio così, non sono quelli definiti <non luoghi>? Ipermercati appunto in testa. E poi aeroporti, grandi alberghi, periferie. Luoghi, anzi non luoghi, dove si passa e via, senza nessun rapporto né col posto, né con gli altri che a loro volta ci passano e via. Senza un saluto, senza una chiacchiera, senza un ricordo, senza una emozione. Dove si è <lonely crowd>, folla solitaria. Spazi di consumo senza comunicazione. E di fronte ai quali sale sommesso il verso di chi difende l’ultima vita dei paesi non meno minacciata, quei paesi dove <se ne sono andati tutti, specie chi è rimasto>. Il verso del poeta paesologo Franco Arminio, per esempio, quello che per tre giorni di fine agosto ad Aliano, Basilicata, ha raccolto <gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento> per salvare i <paesi della bandiera bianca>. Cosicché avrebbe ragione ancòra una volta l’etologo francese Marc Augé: qua il <non luogo> finisce per essere il mondo.

 Ma i centri commerciali trionfo della vita artificiale e libidinosa di acquisti? Quelli nei quali si fiondavano le armate che nel weekend lasciavano le loro villette tutte uguali con giardino, garage e cane? A percorrere ora molti fra gli sterminati spazi che dominavano, sembrano <ghost town>, città fantasma. Cattedrali nel deserto. Un fascino tanto macabro, racconta Federico Rampini su <la Repubblica>, che molto americanamente è nato un sito specializzato per censirli (ma loro, si sa, fanno business su tutto). Con tanto di gallerie di foto dei <dead malls>, morti o agonizzanti come in un <day after>, il giorno dopo un tornado o un’atomica. E con la loro associazione di categoria che ha assoldato la più grossa società di relazioni pubbliche per arginare la pubblicità negativa. Perché in effetti è in gioco la principale posta dell’esportazione <made in Usa>: il sogno di essere come loro. 

 CAMICIA VIA INTERNET Negli ultimi dieci anni, una trentina hanno chiuso. E altri sessanta non si sentono troppo bene. Su 1200 di questi centri commerciali lì censiti, il 15 per cento è a rischio scomparsa. E finora licenziati un quarto dei dipendenti (in gran parte minoranze etniche e donne). Allora uno pensa a un crollo dei consumi. Tutto il contrario, un rompicapo. E domande. Con la conclusione che qualcosa deve essere scomparso se quei templi della spesa muoiono in tempi di spesa. Ma erano i templi della vera grande sconfitta d’America (e non solo): la classe media, quella che davvero si sente meno bene di tutti. Così il lusso continua ad andare di lusso. Chi meno può, dirotta su discount e cineserie. E schiacciato in mezzo, un totem che sembrava inossidabile.

 Ma non solo. Pochi avrebbero mai pensato che si potesse comprare una camicia senza assaporarne la trama, gustarne il colore, titillarne il colletto. E poi una camicia comprata è anche un negozio frequentato, una chiacchiera scambiata, una trattativa innescata. Umanità, sorpresa, fantasia, gusto, vita. Oggi tutto è <on line>, compreso il ristorante prenotato senza più l’avventura di ficcarsi dentro al primo incontrato e scoprirlo, fosse anche per non tornarci. Già per libri, Cd, video, elettronica si è arrivati laggiù al 60 per cento dell’<on line>. Ma incalzano i giocattoli, forse per evitare la trappola di partire con una spesa e tornare rovinati se no l’animuccia piange. Fino addirittura al <food>, il cibo fresco, sulla fiducia. Con vendite totali in Internet che nonostante siano tuttora al 10 per cento, hanno provocato uno sconquasso che non sembra un cambiamento, ma una Nuova Era manco fossero scomparsi i dinosauri.

 Chissà se dopo aver alzato altezzosamente il sopracciglio, non dovremo un giorno più o meno lontano rimpiangere quella cintura che avvolge le città, primo biglietto da visita con le sue luci, le sue promesse, la sua protervia. E chissà se, fatto fuori questo altro <non luogo>, l’unico luogo per stare con gli altri non sia la solitudine di un computer. Ma è il progresso, bellezza, e tu non ci puoi far niente.