Il problema dell’Italia Ŕ la mancanza di Pellirosse

Venerdý 15 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ma sì, figuriamoci se non ci fa piacere che l’Italia sia tornata a crescere. E a crescere di brutto, nel senso di parecchio. Anche se sempre ultima in Europa. E anche se sempre col Sud ultimo in Italia. Ma dopo la crisi più lunga dal 1929, a caval donato non si guarda in bocca. Anche perché crescita significa lavoro, benché sia soprattutto crescita con più robot che lavoro. E significa recupero di 900mila di quei posti rispetto al milione e centomila persi in sette anni. Anche se 600mila sono al Nord e 300mila al Sud dove se ne erano persi di più. E anche se è soprattutto lavoro a tempo determinato. O a tempo indeterminato ma part time, tempo parziale. Il che vuol dire rinviare la preoccupazione, insomma avere dei domani di non più di sei mesi. Vivere a rate.

 Ovvio anche che, se piove, la colpa sia data al solito governo ladro. Benché non c’entri nulla il governo se a Livorno ti cementificano un fiume che poi un giorno si ricorda di essere fiume. E a Roma la sindaca Raggi non pulisce quei tombini come rimproverava al suo predecessore Marino e l’acqua se ne frega della politica. Ma anche ovvio che, quando non si cresce, non è che il Paese se la può prendere solo col suo governo. Che magari dovrebbe creare la crescita per decreto, distribuendo incentivi (cioè soldi) di qua e di là. Cioè aumentando la spesa pubblica (improduttiva) che poi porta a nuove tasse. Cioè a nuova decrescita. In un teatrino in cui non si trova mai il colpevole. Ma la vittima sì.

 Però dobbiamo essere un popolo incontentabile se vai in giro e non è che vedi spumante perché stiamo crescendo. Perché uno fra i difetti dei politici italiani è che non mettono mai l’orecchio per terra. Come facevano i pellirosse nelle praterie del West per capire dove andassero gli zoccoli dei cavalli nemici. Perché allora capirebbero che loro vanno da una parte e la gente dall’altra. E lasciamo stare la lunga manfrina elettorale che già li sta facendo parlare turco in un Paese che arranca a capire l’italiano. Ma se quell’orecchio lo posassero, capirebbero quanto quegli zoccoli non li raggiungerebbero mai.

 La gente vuol sapere perché ammalarsi in troppa parte d’Italia (a cominciare dal Sud) significa finire in ospedali in cui ci si ammala di più invece di guarire. Perché ci sono liste di attesa che, più che infinite, sono demenziali se non criminali. Perché troppo spesso i vecchi non si curano più perché non hanno i soldi per farlo. Perché un direttore di cattedra somigli a quei re Incas che non si osava neanche guardare negli occhi. Perché i pronto soccorso sono inferni nei quali sai come arrivi ma non sai come esci. Perché puoi essere dimenticato su una lettiga in corridoio. O (pare) da morto in un cesso.

 La gente vuol sapere perché la giustizia non giusta faccia finire in prescrizione ruberie per le quali si aspetta pene esemplari. Perché i suoi tempi sono tali per cui paghi con la pena del tormento anche un reato che poi non hai commesso. Perché quando c’è da esercitare discrezionalità nella valutazione del reato, finisca sempre per favorire il reo di fronte all’aspettativa della gente per bene. Perché si metta fuori chi ha commesso un omicidio stradale o uno stupro anche se formalmente la legge lo consente. Insomma perché il buonismo nazionale di Paese cattolico non praticante (quindi più buonista ancòra) privilegi il responsabile dell’allarme sociale a discapito della vittima. Fossero rapinatori in farmacia, o tangentisti, o scippatori.

 La gente vuol sapere perché gli uffici pubblici sono più un disservizio che un servizio pubblico. O perché l’arbitrio di chi sta dietro uno sportello sia uno fra i piccoli grandi poteri che la angustiano ogni giorno. Perché se ha chiesto un documento una volta deve richiederlo ogni volta come pedaggio all’autoconservazione dello sportello e del suo potere. La gente si chiede perché sopravviva alle ere geologiche una burocrazia fatta più per bloccare che per consentire. Per impedire più che facilitare. Per dire no a prescindere.

 La gente si chiede perché sopravviva solo in Italia un tribunale come il Tar di fronte al quale si sarebbe arenato pure un Leonardo da Vinci con tutto il suo genio. Anche se a ricorrervi sono gli stessi che poi protestano contro gli altri. La gente si chiede perché non c’è riforma della scuola che non sia riformata da un’altra. La gente si chiede perché dalle università scappano i migliori. E perché il merito sia un handicap. La gente vuol sapere perché sentirsi sicura è una eventualità più che la normalità. E si chiede perché l’immigrato sarebbe la causa di tutti i suoi mali come se finora si fosse parlato di paradiso terrestre.

Può crescere il Pil, prodotto interno lordo. Ma per chiamarlo benessere o addirittura felicità, quell’orecchio per terra dovrebbe essere permanente. Vai a vedere che il problema dell’Italia l’abbiamo capito: non c’è Toro Seduto.