Cellulare a scuola altro che atomica

Sabato 23 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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La domanda è: va in cerca di guai o tenta di evitarli? Questa la immediata reazione all’annuncio della signora Valeria Fedeli, ministra dai capelli (e dal cuore) rossi. La quale, occupandosi di pubblica  istruzione, ha lanciato una bomba di fronte alla quale l’atomica nordcoreana è un innocente tric trac natalizio: presto lo smartphone sbarcherà a scuola. Cioè, tanto per non illuderci di non aver capito, i ragazzi potranno usarlo mentre si sta spiegando una versione di Lucrezio o la radice quadrata di meno due. Una commissione sta decidendo modi e usi. Sarebbe come dire a un’alluvione di stare attenta a non inondare le strade. I ragazzi li vedo e li frequento, ha detto la Fedeli, so che non si può continuare a separare il loro mondo dal mondo della scuola. Dimenticando che, da che mondo è mondo, sempre il mondo dei ragazzi è stato separato da quello della scuola. Che è fatica, più odiata di una zanzara tigre.

 I PRO E I CONTRO Però non bisogna giudicare troppo in fretta. Per la ministra, lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, uno straordinario alleato da governare. Se lasci solo un ragazzo con un tablet in mano, può imbattersi in <fake news> (esempio il falso che i vaccini fanno male) o scoprire il cyberbullismo. Se lo guidano insegnanti (e genitori), il ragazzo può imparare attraverso un mezzo che gli è familiare, più dei libri inesorabilmente bocciati come vecchi. Ciò che farebbe capire che la povera scuola non dovrebbe solo insegnare la sintassi italiana e la prova del nove con l’aiuto del cellulare. Ma dovrebbe insegnare proprio a usare al meglio il cellulare. In un tempo fuori tempo massimo, visto che già a poco più di un anno lo maneggiano il 60 per cento dei bambini. Per giochi e canzoncine. Ma potendo finire inconsapevolmente ovunque.

 Per evitare fraintendimenti, il Codacons (associazione consumatori) ha detto che siamo alla <follia pura>. Anche le sigarette e gli spritz fanno parte del mondo dei ragazzi, tanto vale introdurli a scuola. Il rischio è portare i ragazzi alla perdita della capacità di pensare, leggere e scrivere indipendentemente dal cellulare. Mentre già è per loro una luce ipnotica dalla quale non riescono a staccare gli occhi, e certo non per sapere qualcosa di più sulla <consecutio temporum>. Ma proprio per questo, ribattono quelli del sì, tanto vale sfruttare quel magico abbaglio per ficcare meglio in testa che non si dice, chessò, <se non avrei potuto>. Il mezzo, insomma, come tutta la tecnica, non è buono o cattivo a prescindere, ma conta l’uso che se ne fa. Contenendo tutto lo scibile e le scempiaggine umana.

 Certo sembra scontato che gridino vittoria ragazzi più specializzati a violare l’attuale divieto che a rispettarlo. E capaci di camuffare ovunque l’aggeggio fra maglioni slabbrati e vocabolari incavati. Per andare sui social mentre la professoressa tenta di convincerli che la capitale della Francia è Parigi non il Paris St. Germain che è solo una squadra di calcio. In aule in cui da molto prima dell’Era di Internet riuscire a mantenere l’attenzione è più difficile che capire come un Di Maio possa diventare capo del governo. E in cui francamente trenta sognanti dodicenni o scalpitanti sedicenni dovrebbero tutti insieme digitare per fare una ricerca sulla poetica di Pascoli, sull’etica di Manzoni o sull’estetica di Caravaggio. Invece di lanciare un post alla compagna bona o al compagno che somiglia a Raul Bova.

 NON UNA GIOSTRINA Noi li vietiamo pure in ricreazione, dicono i guardiani del <non passeranno>. Creano troppa dipendenza, proprio ciò che la scuola ha l’ulteriore compito di insegnare ad evitare. Ma se la dipendenza c’è come problema, perché non farla diventare machiavellicamente una opportunità? In scuole in cui per esempio (Sud in testa) il computer che non c’è quasi mai per ogni alunno può essere sostituito appunto dallo smartphone per accedere a Internet. Diventando un facilitatore invece che un’arma di distrazione di massa. Magari non per andare a trovare la traduzione assegnata come compito in classe. O non ricorrendo a Wikipedia invece che allo sforzo di memoria se non ricordiamo quando fu scoperta l’America.

 C’è chi parla di <contratto d’aula>, stabiliamo cosa si può e cosa no nel Paese in cui rispettare la legge è una eventualità. C’è chi ricorda che la scuola è un sofferto cammino verso la conoscenza, non lo scivolo di una giostrina. E c’è chi si rende conto che mentre un tipo detto insegnante spiega roba morta e sepolta e la scrive col giurassico gesso sulla lavagna, i ragazzi sono nell’Altrove infinito dove tutto circola e nulla si vede. Rintoccando come una sentenza il Giulio Cesare secondo il quale c’è solo una occasione in cui mettersi d’accordo col nemico: quando non puoi batterlo. E dovendo quindi decidere se quella della ministra Valente sia una forma di intelligenza o di eutanasia.