< Vinca il peggiore> (e i giovani se ne vanno)

Venerdý 29 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Metti ora questo scandalo dell’università. Sette <baroni> arrestati, 22 sospesi, 59 indagati in tutta Italia. L’accusa: concorsi truccati per assegnare le cattedre ai loro protetti. Che avendo bisogno di essere protetti, si presume non fossero tanto bravi da non essere protetti. E che non essendolo, erano protetti per evitare che le cattedre finissero a quelli più bravi ma non protetti. Risultato finale: vinca il peggiore. Proprio in quella istituzione che ha il compito di far diventare migliori. Con una doppia conseguenza. Non solo i peggiori al potere, e dovendo per giunta insegnare agli altri. Ma anche il potere conquistato a botte del proprio potere di acquisto, compresi cene e rapporti. Quindi il più scientifico meccanismo per perpetuare non solo l’ingiustizia sociale invece che la giustizia. Ma anche per perpetuare la diseguaglianza economica, visto che chi è ultimo non potrà mai diventare primo.

 E questo non solo nei sacrari del sapere. Ma nei concorsi, negli appalti, nei consigli di amministrazione, negli incarichi, nelle consulenze, nella politica. Poi dice che i nostri ragazzi se ne vanno. Dal Sud verso il Nord. E dal Nord all’estero. Essendo l’Italia il sistema rapido per capire che il merito vale quanto un quattro di spada a tressette. Ma essendo l’Italia il sistema rapido anche per piangere i ragazzi che se ne vanno non facendo però nulla affinché restino.

 Vedi questa recente denuncia sul danno per il Paese della <fuga dei cervelli>. Ogni anno ci costa un punto di Pil (la produzione nazionale). Secondo Confindustria, 14 miliardi di euro. Che noi investiamo in formazione ma che poi regaliamo agli altri: il Sud al Nord, il Nord all’estero. E che spendere sono le famiglie, non Confindustria. Perché poi vai a chiedere a un imprenditore di assumere un giovane, e vedi che troppo spesso il merito di quel giovane finisce per essere un demerito invece che un merito. Perché il merito va pagato. E con una trappola. Che se rendi più flessibili, come si dice, contratti più rigidi, e se li rendi più temporanei, troppo spesso finisce che la moneta cattiva scaccia quella buona. Nel senso che il contratto meno impegnativo e meno costoso sarà il più delle volte prevalente nel Paese in cui ci riempiamo la bocca di diritti ma questi diritti non sono mai quelli degli altri. Insomma all’italiana.

 Così tutti fanno finta. Le università di premiare i più bravi, le imprese altrettanto nel pagarli. Allora il governo che dovrebbe essere garante di un sistema fondato sul merito, cosa fa? Ti spara una serie di artifici a botte di incentivi, esenzioni, facilitazioni, scorciatoie per inventare il lavoro che non c’è. E per darlo ai giovani che non ce l’hanno. Come se il lavoro si potesse creare per decreto, come appunto non si crea avendo noi la più alta disoccupazione giovanile d’Europa, e al Sud la più alta d’Italia. Ma nel frattempo la burocrazia resta burocrazia, più inossidabile di un tubo dell’Ilva. Indifferente a ogni grido di dolore quando deve rendere impossibile tutto ciò che dovrebbe essere possibile. Quando deve ostacolare invece che consentire. Anche ai giovani.

 Ma quando si dice burocrazia, non si parla di una astrazione come se fosse una Grande Ombra su di noi. La burocrazia è un sistema che alimenta se stesso. Perché è anch’esso potere oltre che posti di lavoro. E sono posti di lavoro che tanto più si conservano quanto più fanno dipendere da se stessi la possibilità di crearne altri. Ogni procedura in più è un posto burocratico in più. E se si dicono troppi sì, è come sancire che alla fine non è più necessario chiedere. E se non è più necessario chiedere, non è neanche necessario che ci sia chi quelle risposte le dà.

 Ma i giovani, che sono nati più con piedi leggeri che con radici, allora se ne vanno. Senza contare il settore a più alta probabilità di <vinca il peggiore>. La politica. Dove la fedeltà al capo vale più della lealtà. Dove il trasformismo ripaga più della coerenza. E dove le nomine per ottenere il consenso (i voti) vanno a scapito della competenza. Anche così si crea la mitica classe dirigente. Ancor peggio quando deve amministrare e far funzionare le città o le regioni, cioè la vita quotidiana di tutti noi. Dagli ospedali ai bus, dall’acqua ai rifiuti, dal gas ai servizi sociali. Metti un avvocato dove ci vorrebbe un informatico, o un commerciante dove ci vorrebbe un ingegnere, e lo sfascio è fatto.

 Un giornale ha riportato in questi giorni una vecchia barzelletta. Racconta di un barone universitario il quale va in pensione e sceglie al suo posto un discepolo meno bravo di lui perché resti un ricordo nostalgico di se stesso. Così si continuerà di male in peggio finché non arriverà uno tanto stupido da non accorgersi di farsi sostituire da uno bravo. Nel frattempo, però, i giovani bravi se ne saranno andati. E tutto il Paese resterà quella decadenza epocale che ora è.