Ma se vuoi il pollo non dire

Sabato 30 settembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Crudeltà mentale. Non dovrebbe soffrire d’altro chi dice <prodotti a più alto impatto di mercato> volendo dire i più venduti. O chi dice di voler rendere <più performante> la sua azienda volendo solo farla andare meglio. L’<espletamento> dei lavori invece della loro conclusione. O l’incartamento <afferente> invece che accluso. Non meno pericoloso di un <serial killer> (pardon, assassino abituale) chi non si limita a violentare la sua lingua ma si allarga anche all’inglese: <Sarà mia premura aggiornarvi asap del progress della situazione>. Lasciamo stare il <progress> che non si sarebbe offeso con l’aggiunta di una <o> finale. Ma francamente questo <asap> è da Tso (trattamento sanitario obbligatorio) immediato. Volendo essere l’abbreviazione di <as soon as possible>, in italiano <il più presto possibile>, dopo l’atroce sospetto che fosse la sigla dell’ultima atomica di Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano che somiglia a Cicciobello.

 ARRESI ALL’INGLESE Sono appunto le incursioni nella lingua della regina Elisabetta le più preoccupanti per un popolo che a malapena si raccapezza con la sua. Finora bastava farsi un giro dell’isolato per imbattersi in una riffa di <Hair style> per dire parrucchiere, di <Pet shop> per comprare i crostini al cane, di <take away> per la pizza da portare a casa, di <chicken> per dire pollo (spesso scambiato per <kitchen>, cucina, che non si può fare fritta) . Facendo capire quanta <water> (scusate, acqua) sia passata da quel 1989 del film <Palombella rossa> nel quale un previdente Nanni Moretti maltrattava l’intervistatrice che gli chiedeva quale fosse il <trend>, la tendenza di chissà cosa. Tanto che lo stesso vocabolario Devoto-Oli per festeggiare i suoi 50 anni è uscito con un <pronto soccorso> linguistico di 200 schede appunto sui più abusati anglicismi. Sia pure nel tempo in cui si raccomanda ai ragazzi di impararlo, l’inglese, prima ancòra che capiscano se si dice chiamare qualcuno o chiamare a qualcuno, o a me colpisce come dice chi vuol far sapere di esserne stato proprio molto colpito.

 Se uno va in vacanza con trattamento <all inclusive>, dovrebbe sapere che vuol dire tutto compreso nel prezzo in modo da potersi fare a sbafo dieci Peroni al giorno (che però si è pagato in anticipo). Chiunque dovrebbe aver capito che per <coffee break> s’intende <pausa caffè>, anche se in Italia la pausa è quella fra un caffè e l’altro. E se in tv sentono Renzi offrire il suo <endorsement> a Gentiloni, devono poterci credere visto che vuol dire <appoggio>, non come <stai sereno> a Letta poi fatto fuori.  Né nuoce gravemente alla salute proprio l’ufficio <customer care>, quello che almeno nella promessa dovrebbe dedicarsi alla <cura del cliente>. Anche senza sapere che vuol dire <obbligazione> (anzi ancor di più sapendolo), è meglio invece filarsela sùbito appena in banca si sente la parola <bond>.

 ROLLING STONES INNOCENTI Sono soprattutto la moda, l’economia, lo spettacolo, la comunicazione, oltre naturalmente Internet, i settori che fanno sospettare di essere più in riva al Tamigi che sul lungomare di Bari. Ma non solo. Se alla Asl ti chiedono il <feedback> del servizio di prenotazione, vogliono semplicemente sapere se per te funziona, illudendosi che tu possa rispondere di sì. Servizio nel quale si può restare in <stand by> a vita, cioè in attesa, esempio per la tac. Contiene olio di palma la parola <outsourcing>, che non è una nuova epidemia da zanzara equatoriale ma il primo passo verso la disoccupazione volendo dire lavori affidati fuori dall’azienda. Almeno finché l’azienda medesima non avrà raggiunto il <break even>, il pareggio che di questi tempi è più difficile di un Fabio Fazio che non faccia andare al sonno. Non ne parliamo del <credit crunch>, tanto anche se non ne parliamo sappiamo sùbito che è la <stretta creditizia> che ti nega il mutuo e non ti puoi sposare. <Junk food> non è una nuova canzone dei Rolling Stones ma il <cibo spazzatura>, benché secondo qualcuno ora fanno venire il colesterolo più gli spaghetti alle cozze che il gorgonzola.

 Già nel Settecento, tal Anton Maria Salvini (un nome, una garanzia) prevedeva che l’italiano sarebbe diventato una Babilonia di stili e di <favelle orribili>, riducendosi a <un gergo e un mescuglio barbarissimo>. E non c’era ancòra Briatore.  E’ vero che le lingue cambiano come cambia il mondo. Ed è vero che chissà se per convinzione o resa lo stesso scomparso principe dei linguisti, De Mauro, aveva detto che non sarà una tragedia biblica se scomparirà il congiuntivo, magari dopo aver conosciuto Di Maio. L’italiano, si sa, ama correre sempre in soccorso del vincitore. Compresa, a quanto pare, la lingua, visto che anche le bugie non sono più bugie, ma <fake news>, cioè proprio bugie. L’importante è non fare i soliti disfattisti ed essere aggiornati. Anzi, scusate, essere <up to date>, che fa più figo.