A chi mettere in Italia le orecchie di asino

Venerdì 13 ottobre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Si fa presto a dire <un anno di ritardo> negli studi. Che ci sarebbe fra il Nord e il Sud, citando (in maniera dolosa) il recente rapporto dell’Ocse sulle <Competenze degli italiani>. Laddove l’anno di ritardo riguarda solo i 15enni campani rispetto ai loro coetanei di Bolzano. Non consolatorio per gli altri, per la verità non consolatorio per nessuno in tutto il Paese. Ma nella classifica dell’incompetenza (diciamo dell’ignoranza) degli adulti fra 25 e 65 anni, se prima è la Calabria (col 69 per cento) seguita da Basilicata (65 per cento), Campania, Sicilia, Umbria, la Puglia (44 per cento) è preceduta dal Piemonte e seguita dalla Lombardia. In un Paese in cui il 39 per cento della popolazione (13 milioni) è in quelle condizioni, rispetto al 20-25 per cento dell’Europa. Ventiseiesimo posto sui 29 dell’Ocse (il mondo occidentale).

 Le incompetenze riguardano la lingua italiana e la matematica. Capire, per esempio, quanta benzina c’è in un serbatoio di 48 litri con la lancetta che segna i tre quarti di pieno. Saranno 36? Ma prima di mettere le orecchie di asini ai ragazzi del Sud, bisogna capire cosa succede da quando aprono gli occhi. Lo fa la stessa Ocse, con tante grazie. Posti nei nidi fino a tre anni: più del 33 per cento in molte aree del Centro Nord, quasi zero al Sud. Con lo Stato che assegna quelli pubblici a chi li ha sempre dati, non a chi più servono. Poi conterà qualcosa vivere in famiglie (o aree) più ricche, fra libri e computer in casa, possibili lezioni private, scuolabus, mensa, tempo pieno. Tutto ciò che ha un costo. E che presenta il conto quando si arriva (diseguali) all’età dell’obbligo. Dove si affaccia il fantasma della dispersione scolastica, l’abbandono degli studi, che in Puglia è del 17 per cento (media nazionale 10) perché si deve andare a lavorare al bar. Bisognerebbe chiedere scusa al Sud invece di puntargli il dito contro.

 Poi si arriva all’università, chi ci arriva. In Italia il 20 per cento di laureati, fra gli ultimi (media Ocse 30 per cento). Con parametri di finanziamento pubblico per studente non solo di appena un terzo rispetto agli Stati Uniti. Ma con criteri che la stessa Ocse, non qualche meridionalista piagnone, definisce discriminatori verso il Sud. Meno fondi alle università più povere (ma come, non il contrario?). Meno borse di studio rispetto al Centro Nord (ma come, non il contrario?). Meno a chi ha più fuoricorso (altra faccia della dispersione, perché gli studenti terroni devono fare i pony express per pagarsi gli studi). Meno a chi ha meno finanziamenti privati, ovviamente più prodighi dove ci sono più aziende. Meno a chi ha meno dipartimenti eccellenti, ciò che dipende anche dai mezzi del territorio, non solo dai baroni che piazzano i figli (ma l’ultimo scandalo, non è roba di Firenze?).

 Inutile dire quanto tutto questo porti a qualcosa che se fa male all’Italia, fa sempre più male al Sud. Il 35 per cento nazionale dei laureati costretti a lavori inadeguati e che non c’entrano niente coi propri studi (Loris Cozzolino a Capodimonte, Napoli: sono archeologo ma faccio il custode, so tutto delle opere ma indico la toilette). Il 21 per cento sottoqualificato, di quelli che sanno tutto ma non sanno fare niente, sia pure in un Paese dalla genialità di sapere fare di tutto. Di quelli che sanno tutto ciò che non serve e niente di ciò che serve. Magari perché si continua a laurearsi in giurisprudenza senza fare gli avvocati, ma perché darebbe molti sbocchi che non ci sono più.

 Una qualità del Paese gettata via così. Una cultura tenuta sotto-acculturata forse perché non porterebbe voti, diciamo non dà da mangiare. Tra riforme di università e scuola che riformano soprattutto la precedente riforma più che l’università e la scuola. Con l’alternanza scuola-lavoro scoperta per ultimi ma che deve arrangiarsi non meno degli scolari che devono portarsi la carta igienica da casa a scuola. Con l’orientamento universitario troppo tardivo e troppo show per non portare a scelte non meno tardive e del tutto sconnesse dal mercato del lavoro. Un fallimento collettivo che quasi sempre si vede solo per il Sud. L’inesorabile disfacimento di un’intera generazione. Che ripaga la sua patria, ma anche purtroppo se stessa, emigrando. Dal Sud verso il Nord (ma tanto, dicono, ci sono abituati). Ma anche dal Nord all’estero, e allora è una emergenza perché sono pezzi di cuore loro.

 Eppure è la stessa Ocse a considerare <inclusive> le scuole italiane. E con <un buon livello di qualità>. L’Ocse che però, per fare il suo rapporto 2017, ascolta soprattutto personalità del Centro Nord. Arrivando alle conclusioni dette sul perverso atteggiamento nazionale verso il Sud. Un film già visto.