Autonomìa desiderio (sbagliato) del Sud

Venerdì 27 ottobre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Autonomia, autonomia. Un unico grido percorre l’Italia dalle Alpi a Lampedusa dopo il referendum di Lombardia e Veneto. E anche il Sud partecipa al coro: da Emiliano che la vuole per la Puglia, alla Campania, alla Calabria. Addirittura un secessionista padano come Salvini si mette a disposizione per chiederla in tutte le regioni meridionali. Senza che il Sud ne colga, pardon, l’eventuale fregatura, anzi con l’aria di non essere da meno del Nord, ora vi facciamo vedere noi. Talché bisogna ragionare un po’ per non fare la parte dei tacchini il giorno di santo Stefano.

Cosa hanno detto i governatori Maroni e Zaia? Basta col loro residuo fiscale che va a finire al Sud che spreca. Il residuo fiscale è la differenza tra quanto pagano di tasse e quanto lo Stato restituisce loro in spesa pubblica. Trentacinque miliardi l’anno. Allora: una serie di questi servizi ce li gestiamo noi. Ma finanziariamente non cambia nulla. Se si gestiscono, mettiamo, la scuola, sarà sempre lo Stato a pagare l’insegnante, per il quale sarà indifferente ricevere lo stipendio dallo Stato o dalla Regione. Non arriverà insomma un euro in più. Ma qui è il punto. Lombardia e Veneto vorrebbero sia lo stipendio dallo Stato (e non solo per gli insegnanti) sia tenersi quei 35 miliardi.

 Il residuo fiscale c’è ogni volta che qualche cittadino è più ricco di un altro (e paga, come dovrebbe, più tasse). Allora: il CentroNord paga il 77 per cento delle tasse italiane e riceve il 71 per cento della spesa pubblica. Il rimanente 29 per cento va in spesa pubblica al resto del Paese, cioè al Sud. La cui popolazione è però il 34 per cento del totale. Per pareggiare, al Sud dovrebbero andare altri 49 miliardi, altro che 35 in meno, altro che <tutti i soldi che vi diamo>. In altri termini, ogni cittadino del CentroNord riceve in spesa pubblica 15.801,51 euro all’anno, ogni cittadino del Sud 12.222,23 euro. Per ogni meridionale sono 2.345 euro di minori servizi. Minori servizi significa che, in un Paese unito, possono studiare meno, curarsi meno, essere meno sicuri, avere meno bus.

 Se non ci fossero i 35 miliardi che i ricchi egoisti lombardi e veneti vorrebbero tenersi, le città del Sud dovrebbero aumentare le tasse locali per andare avanti. Tenendo conto che già va peggio rispetto al Duemila, quando ricevevano una percentuale del 31 per cento. In questa situazione non meraviglia però che il livello di quasi tutti i servizi finanziati sia al di sotto del minimo, mentre secondo la Costituzione non devi essere inferiore a seconda di dove nasci. Con la conseguenza di una peggiore qualità della vita, nelle cui classifiche il Sud è sempre agli ultimi posti come se dovesse vergognarsene mentre gli dovrebbero chiedere scusa sapendo da cosa deriva.

 Ora è chiaro che quando si parla di residuo fiscale, la nazione non esiste più. Una secessione camuffata. Si comincia sempre con l’economia: così è stato in Jugoslavia, così è in Catalogna. Ma soprattutto in Veneto lo devono sapere, se è vero che gli stessi sindaci e gli industriali cominciano a suggerire moderazione a Zaia. Compresa la Chiesa, il cui <sì> al referendum è stato come il cavolo a merenda visto che poi al Sud dice il contrario. Cosicché è chiaro che tirano la corda per il solito obiettivo finale: il federalismo. Quello che, invece di risolvere ogni problema al Sud, finora ne ha solo fatto aumentare le tasse non riducendo neanche la spesa pubblica nazionale. E con tante incompiute ai danni del Sud. Come il livello essenziale dei servizi. Come il mancato fondo di perequazione per partire tutti dallo stesso piano. Come la perequazione infrastrutturale. Come i costi standard, applicati solo dove faceva comodo al Nord.

 Col federalismo, insomma, si possono fare i trucchi. Compresa la sanità, che premia gli anziani del Nord e fa morire quelli del Sud. Comprese le università, con criteri di finanziamento che ammazzano quelle del Sud. Compresi gli asili nido, al Nord dieci volte più che al Sud. Col federalismo si possono prendere i soldi destinati al Sud sotto la minaccia (virtuale) di tenersi i propri 35 miliardi. E con la certezza, come quasi puntualmente avvenuto, che i politici meridionali non se ne accorgano per incompetenza o inanità quando si va a trattare.

 Bisogna tenere il Sud sotto schiaffo ma non svuotargli del tutto le tasche, altrimenti a Natale non compra più il panettone lombardo o il pandoro veneto. In questo scenario, il Sud è preso dalla voglia irresistibile di chiedere anch’esso autonomia, più competenze. Fare da sé. Che lo Stato sia spesso lontano e distratto o addirittura disinformato o doloso sulle esigenze locali, non ci piove. Ma invece che dare ragione a Maroni e Zaia sgraziatamente imitandoli, il Sud farebbe bene a pretendere prima ciò che gli scippano sotto il naso ogni anno. I suoi ragazzi non emigrano per scarsezza di autonomia.