Un ottavo giorno per il cellulare

Sabato 28 ottobre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

E’ il settimo giorno, Dio riposò. Ma dovesse rifare il creato oggi, dovrebbe darci un ottavo giorno. E non per riposarci come Lui ma per consentirci di maneggiare il cellulare. Perché secondo una recente indagine, ogni settimana lo guardiamo in media 1500 volte, 214 al giorno. Tolte le ore del sonno, circa 12 volte all’ora. Il picco alle 7,31 del mattino (minuto più minuto meno). Appena svegli, ancòra a letto, prima del caffè, prima di dare un bacino alla bambina (alla moglie, sia mai, e viceversa). Una necessità biologica come il respiro. Ma il problema vero è quanto tempo ci portano via quelle 214 volte. Tre ore e 16 minuti al giorno (sempre in media). Che moltiplicate per sette giorni della vecchia settimana, è come se fossero appunto un ottavo giorno.

 TUTTI NUOVI SCHIAVI L’indagine è stata fatta in Inghilterra. Ma in Italia è peggio, essendo noi primi al mondo per numero di cellulari in rapporto alla popolazione. Ha scritto Altan in una sua vignetta: <E’ record, ogni cellulare possiede un italiano>. Non è tempo guadagnato né tempo perso. E’ un tempo nuovo. Che sottraiamo a tutto il resto, non avendo ancòra il buon Dio provveduto all’ottavo giorno. Sottratto al dialogo in famiglia (chi continua a parlarsi, vince il pesciolino rosso). Alla chiacchiera al bar. Alla lettura (scusate il termine). Al gioco, essendo predisposta anche a questo quella tastiera malefica. Tempo sottratto alla preghiera. O, perché no, all’ozio, non riuscendo a spostare occhi e polpastrelli da lì per cinque minuti.

 Guardando al passaggio verso l’anno Mille, lo storico Jacques Le Goff distinse un tempo della chiesa e un tempo del mercante. Il ritmo dei monasteri (preghiera, lavoro, pasto, sonno) cedeva il passo a quello dei rapporti e degli scambi. Dai campanili alle torri dell’orologio. Tutti reperti fossili come una conchiglia nella roccia. Oggi è il tempo dello smartphone. E’ lui la bussola. Col suo display ingaggiamo il faccia a faccia per avere un colloquio più con noi stessi che con gli altri. Perché quello schermo è più uno specchio di Narciso che un ponte verso il prossimo. E può anche esagerare chi lo considera il più grande rimbambimento di massa nella storia dell’umanità. Ma non sembra esagerare chi lo considera il più grande onanismo di massa, insomma automasturbazione.

 E’ stato il noto (e da poco scomparso) sociologo polacco Zygmunt Bauman a parlarci della <società liquida>, quella nella quale nulla è più fisso e tutto diventa mobile. La nostra. A cominciare dal tempo, non più circolare dal giorno alla notte, ma <puntiforme>, la linearità sostituita dalle accelerazioni disordinate. Insomma, verso il tempo, come dice il filosofo Remo Bodei, una <economia di rapina>. Per cui come onnivori assatanati non c’è attimo senza voler chiedere al nostro apparecchio cosa succede, che cosa fanno gli altri, mandami una foto, con chi stai, dove stai, mettimi un <mi piace>, intervieni nella chat (un botta e risposta collettivo), vedi come mi va il vestito che sto comprando, ma Ale che fine ha fatto? E’ stato efficacemente ricordato il personaggio letterario del duca d’Aube che all’alba sale sul torrione del suo castello per <considerare un momentino la situazione storica>. Siamo una massa di duchi che mattine (e notti) consultiamo ansiosi il nostro oracolo con l’ansia di sapere (in genere cavolate).

 NON C’E’ CAMPO Sta per arrivare il film <Non c’è campo>, col quale lo scrittore e regista Federico Moccia (quello di <Tre metri sopra il cielo>) dimostra conferma di essere un sensibile (e scaltro) radar sul mondo giovanile. Racconta di una classe liceale che in gita scolastica capita in un posto dove non solo si ritrova sconnessa ma anche sconvolta. E come si fa? Una Caporetto. Vai a vedere che invece di stare ciascuno di testa sul suo cellulare, devono mettersi a parlare fra di loro. Con l’imbarazzo di chi non vi è abituato dalla nascita, essendo essi la iGeneration, quella appunto dei nativi digitali, partoriti coi tastini al posto delle dita e il collo ricurvo come degli artrosici. La generazione di Internet come oppio dei popoli. La generazione del cellulare non come strumento di comunicazione a distanza ma di comunicazione da tavolo a tavolo. Del cellulare come un quinto arto senza il quale non si può vivere, è come essere monchi. E la cui socialità non è socialità se non passa attraverso Internet. La generazione per la quale ritrovarsi, appunto, senza campo, è peggio che vedere un programma di Barbara D’Urso.

 Ma bando ai moralismi senili verso la gioventù smanettona, non diversa da quella dei segnali di fumo o del telefono fisso al muro. Basta vedere cosa succede a ciascuno di noi se per qualche giorno il cellulare non ne vuole più sapere e ci piomba. Di peggio c’è solo un autogol della squadra del cuore al 93mo minuto. O la faccia di Salvini in tv al momento del primo boccone.