COME ERAVAMO

Mercoledì 1 novembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Il 1887  fu per il Sud e la Puglia una Caporetto anticipata. Affossandoli per la seconda volta, il nuovo Stato italiano fece nei loro confronti il contrario di ciò che aveva fatto nel 1861 quando era nato. E sempre a difesa degli interessi del Nord. Il governo presieduto dal siciliano ed ex garibaldino Giuseppe Crispi impose quel protezionismo che era stato proditoriamente abolito 26 anni prima. Se allora il liberismo condannò a morte l’industria meridionale, ora ne condannava l’agricoltura. Il mercato francese si chiuse per rappresaglia alle esportazioni italiane, che erano in gran parte esportazioni di vino e olio del Sud.

 Ci fu un drammatico crollo della produzione, il vino rimase invenduto nelle cantine e l’olio nei trappeti, la povertà toccò livelli mai raggiunti prima, fallirono banche, si diffuse l’usura. Con quel bellimbusto di Crispi che, da buon meridionale rinnegato, rinfacciò ai pugliesi di essere essi stessi i responsabili della loro crisi: <La colpa è vostra se non sapete fare i vini che si possono bere e se vi siete specializzati nei vini da taglio. Se non siete buoni a fabbricare il vostro vino, spiantate la vigna>. Era un ingeneroso schiaffo al sacrificio ostinato delle <formiche di Puglia> che nonostante tutto avevano fatto diventare un giardino la loro terra di pietre.

 Ma allora cominciò un altro dramma epocale per il Sud. Partì la Grande Emigrazione. Fu un esodo biblico da dove non era mai emigrato nessuno. Fino al 1914 circa sei milioni di persone andarono via dal Sud. Dirette soprattutto nelle Americhe: partono i bastimenti per terre assai lontane. Un meridionale su tre, nessuna famiglia ne scampò. Andavano verso un destino sconosciuto. La maggior parte non erano mai usciti dal loro paese, molti non avevano mai visto il mare, in buona parte parlavano a malapena l’italiano, nessuno sapeva  dove si andava, se si arrivava, se si tornava. Chi stava sulle banchine del porto di Napoli per l’ultimo saluto aveva nelle mani un capo di un filo di cotone e l’altro capo era stretto da chi partiva. Quando suonava la sirena del piroscafo, e i motori cominciavano ad ansimare, quel filo che sfuggiva di mano era una piccola morte.

 Ma paradossalmente le <lacrime e sangue> di chi partiva rafforzavano chi rimaneva. Non solo una valvola di sfogo per la pressione demografica. Ma anche un maggior peso contrattuale in campagne rimaste a corto di braccia. Si riduceva quella rassegnazione contadina che la brutale repressione del brigantaggio aveva accentuato. La ribellione covava. Erano del resto gli anni di Marx e del socialismo. E da noi, dice lo storico Ennio Corvaglia, del <pullulare di una stampa locale che alimentò il dibattito>, quasi facendo <da contrappeso all’impoverimento della popolazione>.

 In questo clima da incubo il 1° novembre 1887 nacque <Il Corriere delle Puglie>, giornale quotidiano di Bari, che poi diventerà <La Gazzetta del Mezzogiorno>. Se 130 anni dopo rivediamo la Puglia, di anch’essa si può parlare di caso di successo internazionale come dell’Italia intera nonostante tutto. Passati, dalla povertà, all’appartenenza al quindici per cento più ricco del mondo, sia pure in quel diseguale sviluppo nazionale cominciato allora. E Puglia ora percepita come un Nord del Sud, come se il Sud morisse dalla voglia di diventare un diversamente Nord invece di restare un orgogliosamente Sud. Ma comunque regione di tante realtà e tante promesse che non sono solo la corsa del bel mondo internazionale a sposarsi fra i suoi trulli e il suo mare.

 Che il direttore Martino Cassano fosse cauto nella presentazione del primo numero, non meraviglia in tempi in cui ancòra non si sfondava il video per uscire dalla massa. Né francamente sarebbe mai stato lo stile, anzi l’antistile, del giornale. Cosicché abbastanza modestamente ne scrive che <molto facilmente lascerà il mondo come lo trova, e molto probabilmente non farà né la pioggia né il sereno>. Il che a conti fatti non è vero, essendo stato il <Corriere> poi diventato <Gazzetta> un acceleratore di sviluppo anzi parte dello sviluppo stesso della regione come della Basilicata e del Sud tutto. Per il quale non si vuole nemmeno immaginare il livello di ingiustizia territoriale se non ci fosse stato un giornale sia pure senza il proposito di <cangiar faccia al mondo sublunare> (e sia mai).

 Ma che Cassano nascondesse il carattere spiccio e pragmatico barese sotto la scorza del perbenismo, lo dimostra sùbito dopo. Quando dice che un giornale <ha bisogno di bussare tutti i santi giorni dell’anno>. E che il <Corriere/Gazzetta> busserà e <ribusserà tutti i giorni, in modo da farsi aprir l’uscio anche da San Pietro, il più cocciuto dei guardaporte della cristianità>. Ciò che è avvenuto. Se è vero (come è vero) che la presenza di un giornale è in relazione diretta con lo sviluppo, e viceversa.  E del resto, nascere in quel drammatico 1887 della Caporetto del Sud fu una bella botta di coraggio. Quanto alle sorti magnifiche e progressive di Puglia, si continua a lavorare per voi.