L’Italia, tutta un bar all’aperto

Sabato 4 novembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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L’Italia è una Repubblica fondata sui bar all’aperto. Ma anche sui ristoranti, sulle tavole calde, sulle pizzerie, sulle snackerie, sulle sorbetterie, sulle spuntinerie, sulle insalaterie, sulle leccaleccherie. Un esempio dell’evoluzione della specie bevereccia e mangereccia è Bari. C’è stato un tempo in cui appena si sentiva parlare di isole pedonali, si facevano le barricate. La Razza Negoziante temeva che se il cliente non fosse entrato con l’auto nel magazzino, non ci sarebbe più andato. Ora tutti chiedono le strade no-auto. Perché appena scompare l’auto, compaiono i tavolini, le sedie e l’ombrellone. Anzi ora a Bari e altrove allargano i marciapiedi. Pronti a essere occupati da qualcuno che, se non un mini punto-ristoro, ci piazza almeno mazzetti di dieci rose a tre euro.

 NON SOLO TURISMO E’ il mordi-e-fuggi degli spazi pubblici, la loro privatizzazione da parte del primo che ci pianta le insegne della sua ditta. Magari in maniera temporanea, anzi senza il magari, tra un Suv che sgassa anidride solforosa e un motorino che azzanna le gambe. Nel Paese in cui nulla è definitivo come il provvisorio. Simbolo del riscaldamento globale e della vita fuori sono i dehors, che all’inizio nessuno sapeva cosa fossero. Roba francese per dire appunto gli spazi esterni di un locale. Per fortuna ora tutti uguali, non come prima che sembravano campi rom. Versione da globalizzazione di ciò che furono l’agorà greca, poi il mercato romano, infine la piazza medievale e rinascimentale. Dove ci si trovava, dove si vedeva e ci si faceva vedere. Ma non come ora che sono diventati profitto mattone per mattone, si vedono trespoli aggrappati a pali della luce, clienti equilibristi come al circo Orfei, piatti sospesi nel vuoto come dischi volanti.

 Galeotto fu, ovviamente, il turismo. La più grande rivoluzione del secolo (scorso) ha spostato quest’anno un miliardo e 200 milioni di cavallette nel mondo. Transumanze tra <low cost> e <last minute>. Anche a loro pensava profetico il vangelo quando diceva di dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. E siccome tutti siamo sempre il turista di qualcuno, li vediamo spalmati nelle nostre tane del polpo come noi ci spalmiamo nelle loro brasserie o fra le loro tapas quando andiamo da loro. Bevitoie e mangiatoie a cielo aperto, tra aperitivi rinforzati e assaggini della casa.

 Ma non è che noi italiani ci facciamo pregare quando dobbiamo metterla sui piaceri della vita. Essendo 25 milioni quelli di noi che mangiano regolarmente fuori casa, e non perché siano tutti commessi viaggiatori. L’<andiamo a prenderci una cosa> è la nuova parola d’ordine di un Paese per il quale non pranzare attorno alla stessa tavola familiare era bestemmia peggiore di un Salvini che dice di non essere più padano. Soprattutto i giovani, per la verità, dei quali ti chiedi sempre come facciano visto che uno su tre è disoccupato. E non solo curcume e frullati vegani che sono roba da notte di Halloween. Non solo pub e creperie, non escluso il cornetto di mezzanotte o lo spritz ché stai già fatto a merenda. Ma soprattutto il cinese e il giapponese, mentre poi ti mangi una innocente cozza e ti sospettano l’epatite. Magari stando alla larga da pesce spada spagnolo, integratori americani e arachidi cinesi, nella lista nera dei cibi a probabilità più immediata di colite.

 IL CAFFE’ TRADITO E se non è fuori che si mangia, è da fuori che viene da mangiare. Si dice <food sharing economy>, per dire cibo condiviso, cioè a noleggio come una mountain bike. Nel senso che si chiama lo chef semistellato o il cuoco in casa facendo suicidare per il dolore mamme e nonne con i loro ragù e i loro cannelloni. Oppure si dice <social eating>, il privato che organizza cene nel suo appartamento e attraverso Internet invita (a pagamento) i commensali. I quali si conoscono con lo stesso piacere col quale si va dal dentista. E ci vanno più perché ora fa figo, più perché ne parlano anche al parrucchiere, che per spontanea rinuncia alle domestiche fettuccine con gli scampi. E con la recensione su come è andata, in modo da attirare altri se proprio il 118 non ti ha portato d’urgenza in gastroenterologia.

 E il tradimento all’<italian way of life>, lo stile di vita italiano, si consuma infine col caffè, che ha unificato il Paese più e meglio di quel corsaro di Garibaldi. Caffè ora passato dal rito al bar al rito alla macchinetta, quell’infamia del bicchierino di plastica invece della napoletanissima <tazzurella>. Macchinette delle quali abbiamo il maggior numero in Europa, perché quando si parla di esagerazione siamo sempre da premio Nobel. Macchinetta che non è poi solo il più frequentato luogo di non lavoro durante il lavoro. Ma è anche il luogo di ogni confessione e di ogni intrigo. Quello dove se ci vanno insieme due noti amiconi come Renzi e D’Alema, sono capaci di far fuori Gentiloni.