l’Italia il paese dalla faccia brutta

Sabato 9 dicembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Non sono cattiva, è che mi disegnano così. E’ la frase più famosa di Jessica Rabbit, l’eroina del film di animazione di Gary Wolf nonché moglie dell’imbranatissimo coniglio Roger. Bellissima e fatale, oltre che immortale e invulnerabile tranne che alla salamoia (unica sostanza che uccide i cartoni animati). Nessuno avrebbe potuto immaginare che saremmo diventati tutti come lei. Se non cattivi, perlomeno rancorosi. Laddove, secondo il vocabolario Devoto-Oli, il rancore è uno <stato di forte avversione e risentimento, maturato e celato nell’animo in seguito a un’offesa ricevuta, pronto a manifestarsi alla prima occasione di rivalsa>. Non nati, ma diventati così.

 TUTTI COL RANCORE Ecco come sono oggi gli italiani. Almeno secondo l’ultimo rapporto Censis, i sociologi che ogni anno ci fanno la foto. Abbruttiti nel Belpaese. E non solo perché ci scarnifichiamo certi tatuaggi di fronte ai quali i galeotti di un tempo erano angioletti da presepe di Natale. E non solo perché per un parcheggio conteso siamo pronti a randellare col crick manco fossimo a Gomorra. E non solo perché basta una lite familiare per finire alla strage del secolo. E non perché il maschietto che è lasciato si senta in diritto di bruciare  viva la sua ex. E non perché allo stadio per insultare gli avversari ci mettiamo la foto di Anna Frank martire dei lager nazisti. E non perché anche il carabiniere uso a obbedir tacendo, dei nazisti si metta in camera la bandiera-simbolo. E non perché se ci fossero solo gli scemi del villaggio, Facebook sarebbe ancòra tutto sommato un posto vivibile.

Siamo rancorosi e diamo il peggio di noi stessi perché abbiamo perso l’unica cosa per cui valga la pena vivere: il domani. Non perché l’oggi non conti. Ma il domani come speranza che vada sempre meglio. Che non si torni indietro. Perché se si deve tornare indietro, allora nulla rischia di avere senso. Allora che ce ne importa. E finisce a tutti contro tutti ciascuno alla caccia della sua salvezza. Del suo rifugio da proteggere con un muro. E da difendere anche a mano armata di cattiveria, foss’anche perché la situazione ci ha disegnati come Jessica Rabbit.

 Siamo rancorosi per la paura di impoverirci. E figuriamoci se non è il povero il nostro oggetto oscuro del disprezzo. Non perché ci possa togliere qualcosa ma perché ci possa riflettere come uno specchio. Il povero la cui mano tesa è più una minaccia che una invocazione. E non ne parliamo dell’immigrato, quello che può far cadere il muro. Un opprimente fantasma si aggira fra di noi. Un eterno presente non vedendosi il futuro, anzi è meglio lasciarlo perdere dovessimo anche rovinarci questa giornata. Al massimo per domani vediamo che tempo sarà.  E una vita alla giornata che non progetta. Che non fa programmi. Che non mette da parte in inverno per ritrovarselo in primavera. Il fantasma è l’ascensore sociale andato in tilt.

 SFIDUCIA E FALSI MITI Sempre il muratore ha voluto che il figlio diventasse ingegnere. Anche così si è costruito il progresso delle nazioni di cui parlava Adam Smith, il padre dell’economia moderna. Così si è fatto il miracolo italiano dopo la guerra. Quando non c’era solo da ricostruire un Paese ma una psicologia. Ora l’ascensore pare aver abolito i piani alti. E più che un ascensore, sembra un montacarichi che si porta appresso pesantezza più che leggerezza. Sfiducia più che scommessa. Perché nonostante la ripresa, nonostante la crescita ricominciata, la lunga crisi pesa come un passato che non passa. Come se fosse troppo presto per crederci. Soprattutto perché non riguarda tutti, ciò che non è un farmaco per il rancore. Anzi aumenta le diseguaglianze.

 La ripresa non riguarda chi più dovrebbe riguardare, cioè i giovani. Tra giornali e tv, non sentiamo altro che parlare di pensioni. E se si parla di giovani, se ne parla solo per dire che per loro le pensioni saranno più improbabili di una cena fra Renzi e D’Alema. Così i giovani esprimono rancore andandosene dall’Italia, senza far casino in piazza mentre una spruzzatina di nuovo ’68 non farebbe male. Consapevoli che quando si blatera di riconoscimento del merito, si finisce per dargli contratti coi quali potranno restare bamboccioni a vita. Né vanno a votare, convinti che se hanno qualcosa da dire sia meglio dirlo su Facebook. Un disprezzo della politica che al momento è l’unico collante nazionale.

 I miti da basso impero sono così i cellulari, per loro si farebbe anche un pellegrinaggio a padre Pio. La cura del corpo (tatuaggi appunto) essendo impossibile quella dell’anima. I selfie. E, udite udite, il posto fisso alla Checco Zalone, e non solo al Sud. In questo momento gli italiani rancorosi si sentono tutti in periferia. Sai, di quelle dove si va solo a dormire, e per il resto una giostrina rotta e morte civile. Ridateci un’arrabbiatura più che un rancore. Di quelle da incazzati neri che, vivaddio, combattono.