Se tu sei meridionale ti spetta emigrare

Venerdý 15 dicembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Non si capisce quale sia la novità. Ora l’ipocrisia nazionale fa finta di sorprendersi dell’ennesima emigrazione meridionale. Duecentomila laureati andati via dal Sud negli ultimi 10-15 anni. Lo svuotamento di una città come Taranto. Seimila all’anno dalla Puglia. E attualmente sono almeno 150 mila gli studenti siciliani, calabresi, campani, lucani e appunto pugliesi iscritti a università o istituti fuori dalla loro regione. Con un record di Bari, che pure ha una fra le maggiori università del Sud. Diciamolo: un impressionante esodo di massa. Ma non una novità, visto che dal Sud si emigra regolarmente da 156 anni, dramma che continua senza soluzione. E senza che mai nessuno in Italia se ne sia preoccupato più di tanto, quasi fosse un fatto di natura. Anzi chi lo denuncia è tacciato di <terronista> se non <neoborbonico>.

 Nessuno se ne è preoccupato quando partivano i bastimenti per terre assai lontane. Nessuno se ne è preoccupato quando nel Ventennio i contadini sono partiti per le terre d’Africa. Nessuno se ne è preoccupato quando sono partiti con le valigie di cartone. Così va e così deve andare. Anzi qualche anima bella ha detto che i partenti avrebbero dovuto ringraziare per l’opportunità graziosamente offerta, mica capita a tutti un simile privilegio. E meno  male che se la prendono questa carne da macello, questi italiani minori. Gli economisti parlano di ammortizzatore sociale. Così si combatte la disoccupazione al Sud. Non dando lavoro, ma mandando via chi non ce l’ha. Togliendoseli dai piedi.

 Voi che avete due figli adolescenti, godeteveli finché potete ma sappiate già da ora che partiranno. E anche voi. E anche voi. Quasi non c’è famiglia immalinconita che ne sia oggi indenne. Sembra fine Ottocento, quando si imprecava contro la <puttana> della Merica che se li prendeva tutti. Stiamo a scannarci con lo <ius soli> e gli immigrati, quasi fosse il principale problema di un Paese che non cresce mai quanto dovrebbe. E che al Sud ha uno su due a rischio povertà. Ma nessuno dei difensori della fede s’accorge che, più che un Paese di immigrazione, restiamo un Paese di emigrazione.

  Ma è emigrazione dal Sud, figuriamoci. Anzi, se se ne vanno, è perché esprimono una condanna contro questo Sud che non cambia mai. Un giudizio morale. Non osando chiedersi perché non abbia mai diritto agli stessi mezzi e alle stesse opportunità del resto del Paese. Al lavoro, anzitutto. Ma sarebbe politicamente scorretto, il Sud stia solo zitto. Un costo di 30 miliardi finora per la società meridionale. Che se li cresce a sue spese, che spende per loro anche quando vanno via per mantenerli e li regala agli altri. Che perde le loro intelligenze, la futura classe dirigente. Ma perde anche l’unica energia che potrebbe tentare di reagire alla sudditanza, di spingere al cambiamento, mica possono farlo i vecchi che restano.

 Anzi bisogna dire la verità. Ora di emigrazione si comincia a parlare. Ma perché i giovani cominciano a dire addio all’Italia anche dal Nord, e allora diventa un problema. Oltre 100 mila l’anno scorso (un 25 per cento dal Sud), con 50 mila italiani che hanno preso residenza all’estero (e il 40 per cento fra i 18 e i 34 anni). Col 90 per cento delle famiglie convinte che non torneranno più, mamme rassegnate a parlare con loro solo via Skype, come stai, hai mangiato? Non sapendo quasi più nulla di loro.

 Ora diventa addirittura noioso chiedersi se col governo Gentiloni l’attenzione verso il Sud sia aumentata o no. Ci sono gli sgravi per chi assume i giovani. C’è il piano <Resto al Sud> (ma vedi) per incoraggiarne le iniziative imprenditoriali. Ci sono le terre da assegnare a chi capisse che lavorarci non è una vergogna, anzi. Tutti incentivi ma non la svolta. Se è vero che lo stesso governo si sarebbe reso conto dell’ingiustizia finora fatta al Sud non destinandogli almeno il 34 per cento della spesa, perché al Sud c’è il 34 per cento della popolazione nazionale. Spesa invece ferma a una media del 28 per cento, con almeno 80 miliardi scippati. E poi ci meravigliamo che non ci sia ancòra un treno diretto fra Bari e Napoli. E perché fra Catania e Palermo è un calvario.

 Ma non si sa che fine possa fare questo promesso 34 per cento ora che finisce la legislatura. Anche perché non può riguardare solo gli investimenti ma anche la spesa corrente, visto che, ingiustizia a parte, ci sarebbe sempre un divario da colmare. Proprio come impegno per chi verrà, un gruppo di intellettuali e personalità del Sud ha lanciato un manifesto col quale chiede ai candidati di sottoscrivere <Sud 34%> ricordarsene dopo. Tenendo conto che potrebbero a loro volta ricordarsene al momento del voto quegli elettori (non solo meridionali) convinti che soltanto al Sud può crescere l’intero Paese. Quel 34 per cento sarebbe il minimo per non vedere più i giovani emigrare. Come ieri, come oggi, come (chissà) domani.