Vai sul cellulare e finisci drogato

Sabato 30 dicembre 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ve lo meritate, Nanni Moretti. Ve lo meritate, Nanni Moretti. Ricordiamo la divertente invettiva dell’attore Rocco Papaleo nel film <Nessuno mi può giudicare>. Laddove si discuteva se siamo tutti uguali, riferendosi al regista romano che già nell’ <Ecce Bombo> del 1978 teorizzava la scomparsa di destra e sinistra. Un’entrata alla larga per dire con lo stesso tono polemico: vi meritate Internet, vi meritate Internet. Laddove, tanto per capirci quanto ce la meritiamo, bisogna partire dalle nostre stesse cifre. In sessanta secondi sulla Rete ci sono 900 mila interventi su Facebook, si inviano 452 mila cinguettii su Twitter, si vedono 4,1 milioni di video su YouTube (e se ne immettono 300 mila nuovi), si effettuano 3,5 milioni di ricerche su Google, si postano 1,8 milioni di foto su Snapchat, si inviano 16 milioni di messaggi. Se fosse sfuggito: in un minuto.

 POVERI NOSTRI FIGLI Addirittura delicato come una mammoletta pare allora Sean Parker quando avverte: Facebook cambia letteralmente la relazione dell’individuo con la società e con gli altri. L’avesse detto il geometra del piano di sopra, bah. Ma il signor Parker è l’ex socio di Mark Zuckerberg, che di Facebook è l’inventore e il padrone.  Si potrebbe obiettare, un ex al veleno. Ma la cicuta sembra miele quando aggiunge: Facebook e gli altri hanno costruito il loro successo sullo sfruttamento della vulnerabilità della psicologia umana, Dio solo sa cosa stanno facendo al cervello dei nostri figli. E per non far sentire isolato Parker, è l’ex vicepresidente dello stesso Facebook, Clamath Palihapitiya, a dichiararsi tremendamente in colpa per aver creato a forza di pollici in su e di <like> un sistema che sta distruggendo il tessuto sociale. 

 Che ogni nuova invenzione sia stata inizialmente considerata uno strumento del diavolo, non ci piove. Il fatto è che i signori Parker e Palihapitiya hanno parlato in buona e autorevole compagnia, non contandosi ormai i pentiti della californiana Silicon Valley dove tutto è nato. Come Evan Williams, cofondatore di Twitter: credevo che dare più libertà alla gente di scambiare idee e informazioni in rete bastasse a creare un mondo migliore, sbagliavo, il mondo è a pezzi. Williams cui si è aggiunto Tristan (di nome e di fatto) Harris, che era il garante etico di Google, figuriamoci: i tecnici che hanno creato la tecnologia che ti spinge a consultare in continuazione il cellulare la chiamano pirateria della mente. E il noto affarista Roger McNamee: come il gioco d’azzardo, la nicotina, l’alcol e l’eroina, Facebook e YouTube producono felicità di breve periodo con pesanti conseguenze negative nel lungo termine, le vittime si accorgono dei segnali di dipendenza quando è troppo tardi.

 ALTRO CHE <MI PIACE> E’ il nostro tempo l’obiettivo cui le compagnie del mondo digitale sferrano l’attacco. Il principale concorrente per i programmi di Netflix è il sonno degli spettatori, è una seccatura che a una certa ora della notte preferiscano il letto. Ma anche se continuiamo ancòra ad andare a dormire e a sottrarci temporaneamente ai nostri incantatori poco occulti, la frittata sembra già mezza fatta. Ce lo annunciano epidemiologici americani. A un aumento dell’1 per cento dei <like> (mi piace), dei click e degli aggiornamenti su Facebook, corrisponde un peggioramento dal 5 all’8 per cento della salute mentale. Con l’Oms (Organizzazione mondiale sanità) che vuole inserirla fra le malattie e cause di morte come un virus o un batterio.

 I boss della Silicon Valley avevano finora risposto alle accuse con la stessa sprezzante regalità dei re Maya dei quali non si poteva neanche incrociare lo sguardo. Cioè non avevano risposto. Ora dal muro del silenzio comincia a passare qualcosa, ma del tipo, ammetti quanto basta per lasciare tutto come sta. Così David Ginsberg, capo della ricerca di Facebook, concede che passare troppo tempo sui social media fa male più di una sigaretta. Però bisogna intendersi: fa male l’uso passivo, ché se uno è attivo, interagisce con i sopradetti <like>, piazza cuoricini, faccine e commenti, i danni non solo non ci sarebbero. Ma fanno felice soprattutto Facebook, la cui produzione (che si traduce in miliardi di pubblicità) siamo noi stessi quando, appunto, <interagiamo>, cioè vi scriviamo cose. Tanto che ci chiedono in permanenza <A cosa stai pensando?> nel senso di spicciati a farti sentire. E se non lo fai per molto tempo, te lo ricordano contrabbandando per gentilezza la loro fame di profitto.

 Di sicuro non siamo ancòra al dominio delle menti. Ma ai limiti del paranoide, sì. E non si è qui accennato all’altra faccia del dominio, tutti i nostri dati personali in mano a loro, che conoscono già tutto di noi. E prima o poi ci penseranno loro a dirci cosa pensare. Il fatto è che, come dalle nostre parti si dice dei cornuti, rischiamo di essere sempre gli ultimi a saperlo.