Vittorio Stagnani e lo stupore di un umanista in bicicletta

Lunedì 8 gennaio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Vittorio Stagnani era un uomo solo al comando a cavallo della sua bicicletta. Quando andare su due ruote in città non era né usuale né consigliabile. E non c’erano piste ciclabili ma un buco in cui infilarsi a proprio rischio e pericolo. Perché Vittorio è stato un anticipatore in tutto. Con un entusiasmo contagioso che andava fra il boy scout e il goliarda. E con una umanità che era anche umanesimo di una piccola civiltà quotidiana che anche grazie a lui è poi cresciuta.

 Il suo è stato anzitutto l’umanesimo dell’insegnante. E non solo insegnante di lettere nelle scuole medie, ma insegnante in quartieri cosiddetti difficili di Bari dove chissà quanti da lui passati lo ringrazieranno sempre. Poi l’umanesimo dell’amore per la natura, in tempi in cui farlo poteva sembrare ossessione visionaria di perditempo un po’ così, magari anche antimodernisti e, francamente, rompiscatole. Poi in Vittorio l’umanesimo capace di vedere, come un grande diceva, con occhi nuovi ciò che altri non vedevano. A cominciare dal magico paesaggio pugliese e lucano, che lui amava pur essendo un romano trapiantato qui.

 Sono nati così tutti i suoi libri, decine e decine, in ciascuno dei quali c’era qualcosa di perduto: lo stupore. Libri nei quali le due regioni sono percorse non solo, come sempre, per monumenti, e cattedrali, e castelli, e trulli, e centri storici, insomma l’iconografia che ha fatto diventare queste terre desiderabili e desiderate. Ma filo d’erba per filo d’erba, laddove un altro sguardo non si sarebbe mai posato. Oggi si dice ambientalista, ieri si doveva anche a lui se qualcuno finalmente se ne occupava non solo per calpestare e passare via.

 Ecco per esempio la sua descrizione della civiltà rupestre, con quel suo mago Greguro che ci accompagna nel prodigio per una vita in grotta ancòra sorprendente per la sua capacità di adattamento. Anzi, come si direbbe oggi, di resilienza a condizioni altrove considerate proibitive. Vogliamo parlare, per capirci, dei Sassi di Matera? Per non parlare del suo lascito più noto, quella balena fossile di un milione 700 mila anni fa da lui scoperta nel canalone di Bari e denominata Annalisa. Perché solo a uno che andava in giro come un entomologo poteva capitare. O a un rabdomante sempre con la forcella pronta. Annalisa gioia e dolore per lui, visto quanto poco se ne sono curati dopo.

 Ma per uno che, sotto i suoi baffoni, sorrideva sempre a tutto, a cominciare dagli altri, il sorriso non poteva non passare anche per la cucina. Altro che masterchef spocchiosi, lui che era capace di far diventare <gourmet> una cicoriella della Murgia. Scrivendone anche, laddove i <Racconti della pentola> o il <Nero di seppia> non erano ricette da replicare in serate alla moda con amici. Ma erano (e sono) la sintesi della cultura di un territorio. Essendoci in ogni piatto quell’umanesimo che significa <genius loci>, spirito del posto, e <genius gentis>, spirito della gente, non solo tanto di olio e tanto di sale. E che spettacolo, lui col metolo in mano e il racconto da favoliere anche culinario.

 Poi Vittorio è stato anche pittore. E giornalista appassionato per quanto disinteressato a ogni logica al di là della passione. Per giornali (<Gazzetta> compresa, con lunghi anni di rubrica), per radio, per tv. E guarda guarda, paracadutista civile, con discese che erano un soffio rispettoso della terra lui che era un omaccione certo non a dieta (e incazzuso anche, specie quando si mettevano davanti alla sua bicicletta). Per capire quanto voracemente la amasse, curò (per Adda) un volume dal titolo <Io non so vivere senza la vita>.

 Nessun problema. Non sarà più fisicamente fra noi, ha scritto la sua famiglia, ma continuerà a traversare a lungo i mari grazie a una tartaruga caretta-caretta salvata a Molfetta e alla quale hanno dato il nome riconoscente di Vis. Che vuol dire appunto Vittorio Stagnani, cioè Vittorio per sempre.