E allora ragazzi non ci resta che tornare

Venerdė 12 gennaio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Di colpo, dopo Natale, mezza Italia si svuota della sua parte migliore, si fa più povera. Non è l’attacco di un romanzo di appendice. E’ l’inizio di un articolo affidato a Internet da Fabio Manenti, 31 anni, giornalista e blogger ragusano ora a Parma. Forse anch’egli ha appena fatto dietrofront da Sud a Nord. Quando, dice, passate le feste trascorse a casa, migliaia di ragazzi portatori sani di idee, energie, entusiasmi salgono su treni stanchi e se ne tornano via. Così, aggiunge, il Sud perde l’innovazione e la tradizione, che non può tramandare più a nessuno. Non sapendo a chi, se quella che è ancòra l’area più giovane del Paese, coi figli lontani diventerà la più vecchia. E dovrà solo badare a se stessa, lasciandosi accudire <da gioventù straniere venute dal mare>.

 Per parlare così, Fabio conosce le cifre: 200 mila meridionali emigrati dal Sud negli ultimi vent’anni. In buona parte giovani. E poco conta che se ne vadano anche i ragazzi del Nord, come se in questa Italia nessuno volesse più stare. Perlomeno chi non vuole buttare il suo domani. Colpa dello Stato?, si chiede. Basta uno sguardo alle infrastrutture della sua Sicilia e a quelle dell’Emilia per capire quanto la differenza sia <mostruosa e ingiusta>. Mostruosa e ingiusta.

 Ma Fabio non nega le colpe di madri, padri e nonni che rivedranno i loro figli a Pasqua o al mare d’agosto. Perché fanno spallucce alle negligenze, dimenticano gli scandali, soprattutto subiscono e sopportano: perché <così è sempre stato>. Come se non potesse cambiare più. E non credono in se stessi, come dimostra il pugliesissimo <addò da scì> (dove vuoi andare) rivolto a chi cerca di darsi da fare nello scetticismo generale. Una condanna a morte.

 Per questo Fabio lancia il suo appello: e allora, ragazzi, non ci resta che tornare. <Dobbiamo tornare>. Dobbiamo invertire il flusso, ricompensare la nostra terra. Copiare il meglio del Nord e migliorarlo ancòra al Sud. Il Nord è stato una necessità, è stato un’opportunità ma il Sud non può più permetterselo. Centocinquant’anni di Questione meridionale, francamente, bastano. <Chi salverà il Sud se non i suoi figli?>.

 Come per tutti i blog, una valanga le risposte <on line>, un campionario di stati d’animo. Uno: a dirtela tutta odio la mia terra, odio rimettere piede a Catania e ascoltare il solito <mi ni futtu>. Due: e comunque anche il Nord è marcio fino al midollo. Tre: se nasci nel posto sbagliato è bene che te ne vada. Il posto giusto quale sarebbe, Gallarate? Pietà. Quattro: tutto è iniziato quando qualcuno ha capito che non si poteva diventare più ricchi se altri non diventavano più poveri. Cinque: avete fatto sacrifici per studiare e poi tornate a infognarvi in questa valle di lacrime? Sei: non si va via per le università ma per le presunte opportunità di lavoro che ci sarebbero dopo, per la qualità della vita che si presume sia migliore, si va perché si presume. Sette: a questo Stato fa comodo un Sud sempre prono, disponibile e malleabile come la plastilina. Otto: sono partito da Manfredonia a 19 anni, ma ogni volta che torno per fare qualcosa vedo che la città va in un’altra direzione. Nove: andare fuori sede a studiare è una moda non una necessità, le università ci sono anche al Sud.

 Ma allora, che fare? C’è chi teme che dovrà passare almeno una generazione, più probabilmente due per avere qualche spiraglio. Chi si chiede se invitare a tornare non sia fuori tempo massimo, se in tempi opportuni non sarebbe stato meglio un bel <non partite>. Chi si chiede se non ci voglia una rivolta se si deve ritornare visto che la storia non è mai stata un ricevimento di gala. Chi, come il tarantino classe 1972, residente in Svizzera dopo aver girato un po’ il mondo, obietta che non si può fare la rivoluzione senza armi, allora mandateci le armi. Chi avverte, cominciate a votare con attenzione il 4 marzo. E chi conclude: perfetto, fate una rivoluzione, fondate un partito e siate voi a staccarvi dall’Italia.

 Di sicuro Fabio Manenti che invita a tornare, sa che già si sta tornando molto più di quanto si creda. Sa che c’è un contro-esodo silenzioso. E non da sconfitti o delusi. Chi sta tornando lo fa per mettere a disposizione del proprio Sud, come egli dice, competenze, voglia, coraggio. Coraggio anche di fallire. Giovani consapevoli che c’è tanto meglio Sud come c’è tanto peggio Sud. Ma nel quale i più motivati e formati ai cambiamenti immaginano un territorio ricco di una rete di loro imprese creative. E che con la rete di Internet possano colmare il divario di infrastrutture. Per esaltare le eccellenze del posto più che per commiserarsi.

 Magari è poco più che speranza una generazione meridionale che decida di combattere la generosa battaglia di restare al Sud. Quelli che lo stanno facendo sono i Guerrieri del Nuovo Sud. Battaglia dura ma emozionante: veder sorgere un nuovo futuro nelle loro terre. Fermare i treni perché anche il loro futuro non sia più quello di una volta.