C’era una volta la fine settimana

Sabato 13 gennaio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Un mare di gente. L’abbiamo visto tutti cosa sono stati i recenti giorni di festa nelle nostre città. Lasciamo stare il 25 dicembre dedicato come sempre all’ingrasso, tanto da non avere neanche più la forza per uscire. Ma mai si erano viste strade e piazze così affollate negli altri. A cominciare da quel 26 di negozi aperti perché da sempre dedicato al cambio dei regali, io sono un 48 e mi danno una 52, e non è che mi possono riempire di pigiami perché sempre tanto dormo. E c’entrano relativamente anche i saldi, che sotto sotto erano cominciati già prima di Natale, altrimenti neanche i pigiami mi davano. Abbiamo voluto uscire perché la festa è lì. Dando ragione a chi diceva che le strade sono il più grande spettacolo del mondo. E che c’è più vita nelle strade che su tutti i libri di filosofia.

 DOMENICA, APERTI Ma da un po’ avviene anche ogni domenica. Grazie appunto ai negozi sempre più aperti. E lasciamo stare le menate elettorali di un Di Maio, il quale fra un congiuntivo sfregiato e l’altro ha ripreso una vecchia solfa secondo la quale di domenica e nei festivi no, devono restare chiusi perché così le famiglie sarebbero più felici. Magari quelle dei commessi sì, e si capisce. O magari quella del suo socio Casaleggio, la cui azienda è interessata agli acquisti via Internet cui si ricorrerebbe con le saracinesche abbassate. E il papa fa giustamente il papa dicendo che si dovrebbe dedicare la domenica al riposo e alla messa perché non siamo schiavi. Anche se è dubbio che chi vuole andare a messa non ci vada perché attratto dalle vetrine.

E’ vero che già nel 1926 quel diversamente benefattore di Henry Ford introdusse la settimana lavorativa di cinque giorni nelle sue fabbriche. Ma dava ai suoi dipendenti il tempo per consumare, altro che essere felici. E gli aumentava i salari, altrimenti le sue auto chi se le comprava? Si andava verso la grande crisi del 1929 e meno ore di lavoro potevano significare più lavoro per tutti. Una ipotesi di tanto in tanto rilanciata. Ma verso la quale economisti e politici sono sempre stati concordi come interisti e juventini. Oggi un sindacato come la Cisl dice che non sarà un giorno in più per consumare a far aumentare i consumi, cosa necessaria per rilanciare tutto. Serve piuttosto che lavoratori e pensionati abbiano più soldi in tasca. Che i giovani non siano più precari come foglie d’autunno. E che diminuiscano le tasse. Magari ne prendano nota quei partiti che in quest’aria pre-elettorale stanno riadattando un motto del ’68: siamo realisti, promettiamo l’impossibile.

 Oggi si fanno sondaggi anche per capire quando la gallina farà l’uovo. E allora un recentissimo sondaggio ha accertato che sono addirittura due italiani su tre a volere i negozi sempre aperti. E non perché abbiano smesso di essere timorati di Dio. E sono soprattutto i giovani e quelli con un titolo di studio più alto a essere d’accordo con la liberalizzazione delle aperture introdotta nel 2011 dal governo Monti, quelle anni prima tentate dal ministro Bersani. Per frequentare anzitutto supermercati e centri commerciali, per prodotti alimentari ma anche abbigliamento. E l’idea che tenendoli chiusi si proteggono i piccoli negozi e la loro tradizione, somiglia a chi ha la febbre e se la prende col termometro. Chi vuole il suo prosciutto da masterchef e il suo maglioncino tanto figo, continuerà a disertare la grande distribuzione la domenica e tutti i giorni comandati. Si dice qualità, ed è quella la muraglia.

 ESCI CHE TI PASSA Con le chiusure si perderebbe il 40 per cento dei posti di lavoro, dicono quelli delle grandi insegne del commercio. E lavorare nei festivi vale 9 miliardi di incassi in più, aggiungono sempre loro. Ma anche molti del piccolo commercio cominciano a convincersi che l’essenziale è esserci, perché di domenica si muovono le famiglie. E poi in Italia sono quasi cinque milioni a lavorare la domenica. Anzi sarebbe bene che negli ospedali ci fossero più addetti, e non solo perché ci sono cifre (sulle quali non si può giurare) da <effetto week end>, morirebbe un dieci per cento in più di pazienti.

E’ difficile dire se senza la fine settimana saremmo tutti immortali. Ma si può certo dire che si va verso la scomparsa del cosiddetto <fine settimana> (al maschile tradotto dall’inglese). E non perché si sia imposto uno stile di vita americano, dove peraltro New York non è la stessa cosa di un paese dell’Ohio. Ma perché i confini fra il lavoro e il tempo libero sono sempre più labili. Perché il lavoro è così ricercato che lo acchiappi come e dove lo trovi. Perché il lavoro ti segue fra cellulari e computer. Ma soprattutto perché, dopo la lunga crisi, dopo la lunga stagione del nostro scontento, c’è pazza voglia di andare, di schizzare verso l’aperto. Tanto, a voler tornare <incazzati neri>, non sapresti da dove cominciare. Chi vuol esser lieto sia, esci che (un po’) ti passa.