Il grande assente alla fiera delle promesse

Venerdė 15 gennaio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Anzitutto c’è l’<abolizificio>. Cioè il drappello di chi per farsi eleggere snocciola tutto ciò che vuole abolire. E da destra a sinistra, in una concorrenza più spietata di Gomorra. L’elettore ne ha in questi giorni un campionario da far invidia a un ipermercato. Aboliamo le tasse universitarie. Il canone Rai. Il bollo auto. Quattrocento leggi. La legge Fornero. L’euro. Le imposte sulla prima casa. Le tasse sulle successioni. Il Jobs Act. L’obbligo di vaccinarsi. L’obbligo della laurea per gran parte delle professioni. Tanto da far sfiziare la Rete, la quale notoriamente non cerca di meglio per confermare come vi spadroneggino i perditempo che prima se la facevano al Bar dello Sport.

 Così, più veloce della luce, su Twitter è nato l’hashtag #AbolisciQualcosa, gara a suggerire altre abolizioni. Sperando che siano più buonsenso e umorismo popolare che populismo, quello che vuole sfasciare tutto possibilmente anche non andando a votare. Abolite i cinque secondi in cui il ventilatore non fa vento a nessuno. Abolite il portiere di calcio, così facciamo più gol. E i brufoli. E il limite di 200 per il colesterolo. E il mal di denti. E la Juventus (questi saranno dell’Inter). E i piatti da lavare. E il rosso sul conto corrente. Qualcuno ci ha provato anche con la morte, ma si attende una verifica dei fatti. Fino a chi ha proposto di abolire gli abolizionisti, che sarebbe la soluzione più qualunquistica.

 Poi c’è il <promettificio>. Promesse pirotecniche, tecnica accalappia-voti nata prima di Cristo e non con queste elezioni del 4 marzo. Fedele al principio cinico di quei politici secondo i quali occorre dire alla gente ciò che la gente vuol sentirsi dire. Indipendentemente da tutto. Roba insomma alla Cetto La Qualunque, il sarcastico (e mica tanto) personaggio dell’attore Antonio Albanese. Anzitutto promesse contro la povertà (e sarebbe buono e giusto) al di là dell’attuale reddito di inclusione. Allora, dal reddito di dignità al reddito di cittadinanza, sempre con generiche indicazioni sull’Isola del Tesoro da cui attingere. Fino alla <flat tax>, tassa più o meno unica e molto più bassa per tutti. E al ministero della terza età, non campato in aria se i figli continueranno a non nascere e i giovani a lasciare l’Italia.

 Terzo, il <riformificio>. Nel Paese che sarebbe il più riformato del mondo se solo si fosse riformato un millesimo di tutto ciò che si è detto di voler riformare. Dalla giustizia alla scuola, ancorché questa sia riformata con tale frequenza da non capire quale riforma sia in corso. E allora ecco la madre di tutte le riforme, quella fiscale. E la paga minima oraria di 9 euro, col riposo domenicale garantito almeno due domeniche al mese. Anzi domenica e festivi tutti a casa (o a messa). C’è anche la riapertura delle case chiuse, ma è incerto in quale categoria collocarla.

 Il problema è capire se questo cabaret lo fa più chi ci scherza sopra, o tanta politica sprovvista del comune senso del pudore. Tanta politica, non tutta. Nonostante l’appello del presidente Mattarella al realismo, anzi alla serietà, insomma andiamoci piano col garantire la luna a tutti. Una deformazione di quel grido di battaglia del 1968 che quest’anno compie i cinquant’anni. Dal <siamo realisti, chiediamo l’impossibile> al <siamo realisti, garantiamo l’impossibile>. Indifferenti a come da allora è andata (in parte) a finire. E mentre né l’<abolizificio>, né il <promettificio>, né il <riformificio> si sono finora interessati a quanto serve contro il vero incubo degli italiani, altro che immigrati.

 Il vero incubo è il lavoro che non c’è per tutti. Pur in un Paese in crescita ma appena uscito da una crisi non granché diversa da una economia di guerra. Lavoro che è ancòra troppo precario perché si possa credere in una svolta. E per il quale si conteggia un occupato in più anche se si è stati occupati per una sola ora. E per il quale troppo spesso si devono accettare condizioni tali che, se aumenta il numero di questi occupati, diminuisce il loro reddito complessivo. Cioè la povertà anche senza disoccupazione. A parte esempi da codice penale, dal caporalato allo sfruttamento da call center. Fino ai <nuovi schiavi> del commercio elettronico, quelli organizzati e controllati da un algoritmo, una formula matematica.

 Ma in testa a tutti, i giovani, che non se ne vanno via solo perché vogliono conoscere il mondo. A cominciare dai giovani del Sud, per i quali sarebbe disonesto negare un’attenzione da parte del governo Gentiloni. Dalla decontribuzione degli oneri sociali per chi li assume. Al programma <Resto al Sud> a favore dei più intra-prenditori fra loro. Al programma <terra per tutti>. Ma al Sud il lavoro si crea più dando al Sud condizioni di parità col resto del Paese che per decreto. Per intanto non se ne parla in una campagna elettorale che preferisce somigliare ancòra troppo, appunto, a Cetto La Qualunque.