Ma i partiti ci dicano qualcosa di meridionale

Venerdė 26 gennaio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 Cercasi Sud disperatamente. A chi al momento chiedesse quali sono i programmi dei partiti che lo riguardano, non si potrebbe rispondere altro che <non pervenuto>. Magari meglio essere ignorati che finire nel tritacarne di promesse da Paese dei Balocchi. E di bugie da codice penale. Ma si sa come vanno le campagne elettorali. Fatto sta che fra tasse da eliminare, Europa da minacciare, deficit da aumentare e pensioni chissà che, non una parola nuova è stata finora spesa per un terzo del territorio e un terzo della popolazione. Che non è un terzo qualsiasi.

 Anzitutto è quello in cui si vince o perde il 4 marzo. Poi da un lato è quello lasciato indietro come se fosse la solita molestia lamentosa da sopportare. Dall’altro è quello che può arricchire tutti senza che nessuno sembri capirlo. Così come non si capisce che mai momento fu più propizio perlomeno per mettersi l’anima in pace col Sud. Perché cresce, ancorché ancòra una volta debba crescere come bagaglio appresso della locomotiva del Nord: modello mai cambiato in un secolo e mezzo. Cresce fino al punto che tutti dovrebbero imparare, da questo Sud. Come esempio di resistenza e reazione all’alibi secondo cui, siccome non c’è più nulla da fare, tanto vale non farlo.

 Perché appunto il Sud non sia accusato di essere solo un pianto perenne, bisogna dire la verità. Il premier Gentiloni ha appena firmato il decreto per le Zes, le zone economiche speciali per attrarre investimenti. Riguardano anzitutto i porti, Puglia compresa. E anche la Basilicata, se Taranto potrà collegarsi a Matera. Agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche che altrove in Europa hanno funzionato. Ancorché il vantaggio sperato per il Sud sia stato annacquato da qualcosa di simile sùbito concesso anche ai porti del Nord, già privilegiati in precedenza. Come se col Sud non si dovesse esagerare.

 Poi tutto un pronto soccorso soprattutto per tamponare l’emorragia dei giovani che dal Sud vanno via perché non c’è lavoro. Niente oneri sociali per chi li assume (ma non una sola assunzione si è potuto ancòra fare perché mancano i decreti attuativi, pensa tu). Il programma <Resto al Sud> per quelli più intra-prenditori che volessero avviare una azienda. E terra a disposizione per chi si convincesse che l’agricoltura è tutt’altro che una vergogna. In un Sud che ne ha il primato di nuove imprese. E con computer e droni più che con l’aratro.

 E però. Si spera che non debbano andarsene altri 200 mila giovani nel prossimo decennio per capire quale economia di guerra sia stata la lunga crisi soprattutto per il Sud. Con 300 mila occupati non ancòra recuperati. E con i disoccupati cresciuti di un milione. Con la povertà raddoppiata. Con la durata della vita scesa di quattro anni (quattro anni) rispetto al centro Nord per chi la Teoria del Caos (cioè il Caso) condanna a nascere al Sud. Con i vecchi del Sud non curati come quelli del Centro Nord privilegiati nell’attribuzione dei fondi come se non tutti i vecchi fossero vecchi alla stessa maniera. E con i rettori delle università del Sud che infine si ribellano alla trappola anche qui della disparità dei fondi. Che più le impoveriscono, più le svuotano di studenti, più le impoveriscono ulteriormente.

 Il fatto è che il Sud ha perso una guerra della comunicazione che l’ha fatto passare come colpevole della <Questione meridionale> che i governi non hanno mai risolto. Sud allora non solo responsabile dei suoi guai, ma responsabile anche di quelli italiani. Palla al piede. Capro espiatorio. Fino ai meridionali antropologicamente inferiori. O perlomeno incapaci, a cominciare dalle loro classi dirigenti. Non da premio Nobel. Ma in un Paese che di tutte le sue classi dirigenti, non solo quelle del Sud, ha sempre avuto la stessa considerazione che Trump ha del nordcoreano Kim Jong-un (e viceversa). Ciò che ha fatto incancrenire un divario considerato irrisolvibile mentre il mondo si prepara a conquistare Marte.

 Ora vai a vedere i programmi dei partiti e scopri che ancòra una volta ciò che si prevede (non solo) per il Sud è al massimo la stessa assistenza che poi gli si rinfaccia. Non essendo altro tutti i redditi di cittadinanza (o come si chiamano) contro le povertà. Una emergenza tale da dover intervenire essendo il malato finito in coma. Mentre al Sud servirebbero investimenti che lo mettessero in grado di fare da solo. Più treni, meno opere di bene. Essendosi un governo solo ora accorto (e meno male) che al Sud ne spetta una percentuale di almeno il 34 per cento, quanto è  la sua popolazione. Percentuale che finora non ha superato il 28. Mentre non si parlava d’altro che di <tutti i soldi dati al Sud>.

 Si faccia un conto di quel 6 per cento in meno nei decenni e si capirà che il Sud è anche ciò che è stato fatto diventare. Nel frattempo, si attendono notizie dai partiti. Senza disturbare troppo il guidatore, per carità.