Il debito pubblico? Sotto il tappeto

Venerdì 2 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Due peccati originali. Così i bambini che nascono in Italia. Uno è colpa di Adamo, l’altro del debito pubblico che carica ciascuno di loro di una quota di 37 mila euro appena aperti gli occhi. Se vogliamo capire un po’ di campagna elettorale, da questo si deve partire. Un debito pubblico complessivo di 2300 miliardi. A fronte di un Pil (il reddito prodotto ogni anno) di 1700. Cioè la famosa percentuale del 133 per cento. Che entro il 2020 (udite, udite) dovrebbe scendere al 60 per cento. Non si uccidono così anche i cavalli?

 Non è il massacro della gara di ballo di oltre 1200 ore come nel famoso film di Sidney Pollack. E’ il futuro appunto di quel bambino che, se lo avesse saputo, chissà se si sarebbe fatto vivo. Debito pubblico perché fino a qualche tempo fa abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Come una famiglia che chieda soldi in prestito per pasteggiare a ostriche e champagne. Ma ora la cuccagna deve finire perché il nostro impunito Paese non può continuare a pagare ogni anno 70 miliardi di interessi. Oltre a piatire una fiducia perpetua per ciò che deve restituire.

 Per la verità, che la cuccagna debba finire lo diciamo tanto quanto continua, visto che il sopradetto debito aumenta sempre invece di scendere. Per ridurlo, basterebbe fare come il buon padre di famiglia. Che da un lato si stringe la cinghia, cioè spende meno. Dall’altro, cerca di guadagnare di più. Meno uscite, più entrate. Per dire meno uscite, abbiamo parlato finora di <spending review>, cioè revisione della spesa. Una farsa, che, più che tagli, ha prodotto dimissioni di chi vi era stato delegato a furor di governo. Perché da noi il taglio va bene, ma se riguarda il vicino di casa.

 Quanto a guadagnare di più, se il buon padre di famiglia va a fare il lavoretto (spesso sottobanco), il Paese dovrebbe aumentare il suo Pil. Che invece, anche se ora sale dopo i sette anni terribili, non lo fa quanto servirebbe per creare più lavoro. E questo, spiegano gli economisti, perché è bassa la <produttività>. Se in un’ora produci due bottiglie di olio extravergine, ne dovresti produrre tre come potresti. Mi devo ammazzare come i cavalli? No, dipende da te ma da molto altro.

 Dipende da tutto un sistema all’italiana. Dipende dagli investimenti per una nuova linea di imbottigliamento. Dipende dalla voglia dell’imprenditore. Dipende dai contratti di lavoro. Dipende dal costo del tuo lavoro, cioè non da quanto tu intaschi ma da quante tasse l’imprenditore paga su di te. Fra le più alte d’Europa. Così lui se la prende (e giustamente) con le tasse, non preoccupandosi molto del resto che dipende da se medesimo. E tu lo stesso, perché vorresti guadagnare di più. E anche tu pagare meno tasse. Sicché non sorprende che sia questo il principale cavallo di battaglia della campagna elettorale.

 Che siamo il Paese europeo più tartassato di tasse, lo diciamo tutti tanto quanto non è poi così vero. C’è chi ne paga di più, ma senza che i suoi treni deraglino. Più tasse ma più servizi che funzionano. In Italia più tasse ma treni che deragliano e liste d’attesa per la Tac. Ma se non siamo i più tartassati, siamo di sicuro i più tormentati. Essendo le tasse tante e così complicate da sfidare la fantasia di romanzi dell’horror. Così le proposte, fra centrosinistra secondo cui deve pagare di più chi più guadagna  affinché ne paghino meno tutti. E centrodestra con la cosiddetta <flat tax>, percentuale molto più bassa e quasi unica per tutti.

 Che sotto sotto piacerebbe a chiunque, non ci vuole un sondaggio per capirlo. Pesa però la domanda sulla sua progressività: il gioielliere dovrebbe pagare di più, appunto, del suo dipendente. Che non sia progressiva, non è vero, anche se non lo è quanto si vorrebbe. Ma non può essere una cuccagna. Pagare meno tasse dovrebbe significare investire di più in azienda invece di comprarsi un’altra villa. Dovrebbe significare evadere di meno. E dovrebbe significare ridurre gli sprechi, per i quali siamo invece primatisti mondiali. Altrimenti con l’incasso che lo Stato perderebbe, la Tac non ce la facciamo del tutto, altro che lista di attesa. Come dire che lo Stato siamo noi, non lui.

 Che sia un cambio di civiltà più che di cultura, lo dicono anche i suoi gran sacerdoti. Ma comunque questo delle tasse è soltanto uno dei nervi scoperti di un Paese che soprattutto cresce sempre meno degli altri. Che vede i suoi giovani abbandonarlo e i suoi nuovi figli non nascere (anche per non avere il doppio peccato originale addosso). Andiamo però a capire quanto e come di questo debito pubblico si parli finora, e sembrerà di stare sulla Luna. Anzi c’è chi proclama che dobbiamo disinteressarcene. E farne altro, se possibile. Il debito non è il diavolo, si può anche averne un po’, se serve. Un po’. Ma fare finta di niente significa non crescere, e non solo. Economicamente e per tutto il resto. La decrescita peggiore.