Questi uomini tutti una barba

Sabato 3 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 Che barba, questa barba. Facciamoci caso al bar, per strada, in ufficio: trovare un uomo rasato è più difficile che Valentino Rossi lasci la moto prima dei 90 anni. Ma moda sempre più diffusa anche nello sport, dall’interista Borja Valero che sembra il nonno degli altri, al cestista americano James Harden detto, appunto, il Barba. E se non è barba, è baffi e pizzetto alla Vittorio Emanuele, di quelli scolpiti col laser. O basettoni alla Paolo Sorrentino (il regista napoletano premio Oscar), che sembrano reggergli il collo. Fino al testa-coda di quelli col capo smerigliato come palle da bowling e il volto fiorente come un orto botanico. Con nessuno dei sopradetti modelli che mostri il minimo dubbio su stesso, insomma si ponga il pugliesissimo interrogativo: <ma che vai facendo>.

 ADDIO ALLA LAMETTA Ciascuno è libero di imbarbarirsi come vuole, non stiamo mica in Corea del Nord dove ti impiccano se non hai i capelli alla cavolfiore come il capo. Tanto per cominciare perché i sosia di Fidel Castro, re dei barbudos, sono ormai la maggioranza. Dovendosi piuttosto chiedere ai residui sbarbados cosa vogliono rappresentare. E variando le motivazioni del folto pelo più delle opinioni in campo nel Partito Democratico. L’ultima delle quali motivazioni sarebbe che è più comodo così piuttosto che cominciare la giornata dal sano passaggio di una Gillette. Insomma sciatteria e trasandatezza, qualcuno osa insinuare <sporcizia>. Tesi chiaramente reazionarie, da vecchi tromboni che reagiscono alla modernità con le loro facce ridicolmente intonse. Tipo principini emofiliaci, rosa come pesche o paonazzi come cortigiane sfatte.

 Quando il tutto non diventa un fatto ideologico. Con la scrittrice Dacia Maraini, non precisamente una marxista-leninista, che azzarda il parallelo fra barba e voglia di ristabilire la virilità maschile. Insomma un potere patriarcale sempre più messo in discussione dalla avanzata femminile (quelle che più avanzano più sono ammazzate). Con tanto di sostegno nello Shakespeare un cui personaggio sentenzia che <chi non ha la barba è meno che un uomo>. Sarà, chissà, una pecora clonata. Roba da <barba pride>, orgoglio barboso.  E Maraini cui gli anticomunisti a lievitazione spinta attribuiscono il vecchio femminismo che accusa gli uomini di nostalgia della loro passata tirannia. E alla quale con una galanteria da carrettieri ricordano che neanche certe permanenti alla barboncino scherzano. Figuriamoci Trump.

 Sarà come sarà, secondo Umberto Eco la barba è una maschera. Anche quando quella carogna del Tempo se ne frega di tutto e ti imbianca alla Eugenio Scalfari che sembra il santone di se stesso. Come lo sembrano tanti <anta> che avranno la loro età ma che senza lametta se ne aggiungono tanta da chiedersi come mai sono ancòra fra noi. La verità è che la storia è andata sempre a corrente alternata. La barba era simbolo di saggezza nell’antichità. E volto incorniciato avevano sia i fascisti piuttosto spicci e mascolini che gli hippies piuttosto zuccherini e pacifisti. Un <no barba> è decisamente il centrodestro Berlusconi dal noto decalogo per candidarsi con lui: volto pulito, niente forforina, mentina anti-alito cattivo. Ma anche la centrosinistra Serracchiani, governatrice friulana, ha mandato a dire ai suoi che acqua e sapone quotidiani non sono un pregiudizio borghese. Mentre i calzini corti sono peggio della corazzata Potemkin. Ultimo dell’accoppiata rasoio-politica è il candidato governatore lombardo Fontana, il quale appena insignito è corso allo specchio a tosarsi. Come se un leghista con la barba fosse barbarico, ma allora bisogna capire cosa è Salvini.

 TESTE DECORATE Poi, siccome certe cose sono come le ciliegie, una tira l’altra, eccoci al chignon, il codino da uomo. Evoluzione o involuzione della specie pelosa, mentre le teste non sono più teste ma tavole di architetti. Con tanto di arabeschi, di ellissi, di paraboliche e di tangenziali ché ci vuole prima un progetto di fattibilità e poi uno esecutivo. Come i calciatori, che non si sa se passino più tempo a palleggiare o a decorare i crani non meno che ad appestarsi di tatuaggi. E codino che è più facile a dirsi che a farsi. Perché in catalogo c’è quello alla Garibaldi. Quello alla Hemingway. Quello alla Brad Pitt. Da quello alla samurai, a quello fintamente disordinato, a quello da abbinare all’abito buono. Laddove se il futuro non è più quello di una volta, figuriamoci la moda.

  Ora dall’Inghilterra arriva l’allarme sul tramonto dello stile: dandy addio. E solo chi sa cosa sia stato il dandismo, può rendersi conto se non siamo fuori tempo massimo. La sua eleganza nei modi e nel vestire. La sua ironica sciccheria. Il disprezzo per la mediocrità. Ma figuriamoci. Prendere barbe, chignon, tatuaggi, aggiungere jeans lacerati e una spruzzata di sudore, frullare il tutto. Da consumare a occhi chiusi prima che vada a male.