Quel 34% per il Sud che non č solo una cifra

Venerdė 9 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 In fondo è l’uovo di Colombo: basterebbe applicare la Costituzione. Si parla di Sud, tanto per cambiare. Anzi tanto per non cambiare. Visto che il Sud nei programmi dei partiti verso il 4 marzo è come quella ragazza dopo una fuga d’amore: è incinta, ma solo un po’. Ne accennano quanto basta non a fare proposte ma a non compromettersi con un tema impopolare. Basta con <questo Sud> generalmente raffigurato come un luogo lontano e irrecuperabile. E il divario meridionale come frutto non di sbagliate o insufficienti politiche governative, ma figlio del malaffare locale e dello spreco. E anzi, visto che questo problema nessuno è riuscito a risolverlo, è chiaro allora che dipende antropologicamente dai meridionali. Da come sono fatti. Magari anche un fatto geografico. Facendo sentire in colpa le vittime, come in psicanalisi ben sanno.

 E invece basterebbe applicare la Costituzione. Essendo il minore sviluppo del Sud tanto incostituzionale da proporlo all’attenzione della Suprema Corte. Laddove la Costituzione prevede diritti civili e sociali garantiti nella stessa maniera su tutto il territorio nazionale. E prevede che si intervenga laddove ci siano disparità economiche. Senza lo scaricabarile delle responsabilità. Che del resto sia pure abbastanza tardivamente lo si sia capito, lo dimostra l’impegno preso dal premier Gentiloni nel luglio scorso. E cioè la regola del 34 per cento.

 Se il Sud ha il 34 per cento della popolazione, la spesa pubblica che lo riguarda non deve scendere sotto tale percentuale. Né sarebbe stato necessario ribadirlo se fosse già avvenuto. Invece tale spesa non supera da tempo il 28 per cento, inclusi i fondi europei che dovrebbero essere aggiuntivi. Un sei per cento che secondo la Svimez si è tradotto in 500 mila posti di lavoro in più, non pinzillacchere alla Totò. E siccome non avviene solo da ieri, si può continuare a dire che il Sud è l’unica causa dei suoi mali?

 Ma c’è un’altra trappola, spesso autogol degli stessi meridionali: <E’ tutta colpa delle classi dirigenti del Sud>. Da non difendere, ancorché in un Paese in cui dalle Alpi a Lampedusa nessuno proporrebbe le sue classi dirigenti al premio Nobel. In un ping pong tra società civile e suoi rappresentanti, come se questi fossero alieni nati sotto il cavolo. Classi dirigenti che non avrebbero difeso a sufficienza il Sud, come se uno si presenta da Sud e ha lo stesso potere degli altri. E la stessa voce in capitolo.

 Ma proprio per evitare altri alibi a tutti, è nata l’<Agenda Sud 34%>. E’ un appello firmato da intellettuali, imprenditori, docenti universitari, dirigenti, cittadini del Sud. E che ha raccolto finora oltre 20 mila firme <on line>. Si rivolge ai candidati alle prossime elezioni. Assicurando merito e possibilmente voti a quelli si impegneranno per quel 34 per cento. Che non significa astratto diritto. Ma significa la vita di ogni giorno di persone per le quali ospedali, asili, scuole, treni, lavoro insufficienti si traducono troppo spesso in una emigrazione ininterrotta da oltre cento anni. Si può continuare ad emigrare all’infinito dal Sud?

 I dati citati dall’Agenda non sono il parto di un sudismo abituato solo a chiedere. Ma in tempi di Internet, sono tanto alla portata di tutti che, come detto, onestamente anche Gentiloni li ha riconosciuti. Ancòra oggi lo Stato spende per ogni meridionale 4350 euro in meno: molto meglio nascere a Brescia che a Trapani. Sono 85 miliardi in meno all’anno. Sono 850 miliardi in meno negli ultimi dieci anni. Per l’assistenza alle famiglie, quasi 400 euro pro-capite a Trieste, meno di 10 a Vibo Valentia. Sono finanziate di più le università dei territori più ricchi. Gli asili pubblici vengono assegnati non in base al numero di bambini che ne hanno bisogno, ma in base alla conferma della spesa storica: è sempre stata maggiore al Nord, e così continuiamo.

 E poi. Più fondi sanitari dove ci sono più anziani (cioè Centro Nord) e non dove ci sono più anziani poveri (cioè Sud). Tanto che 14 persone su cento, a Sud, hanno ormai smesso di curarsi. E chi può va a curarsi al Nord, circa 4 miliardi di euro l’anno che vanno ad aggravare la disparità dei posti letto. La velocità media dei treni al Sud (65 km orari) è il sistema rapido per non farli prendere. E ci sono oggi mille chilometri in meno di ferrovia rispetto al 1938. E resti fra noi che Matera, capitale europea della cultura 2019, ha la stazione a 20 chilometri di distanza perché non è che da sudista poteva pretendere anche i binari. Con la superstrada jonica che è super solo sui cartelli. E Bari e Napoli collegate in modo tale da farle restare prudentemente scollegate.

 Sappiamo quanto le promesse elettorali siano scritte sulla sabbia. Non ottenesse altro, perlomeno <Agenda Sud 34%> segnala un Sud che non si arrende. E che è ancòra troppo presto per dire che non c’è più niente da fare. Specie se non si fa.