Cari sacerdoti uffa che prediche

Sabato 17 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 Otto o dieci minuti, o ci perdiamo il fedele. Che questo sia un papa, come si dice, pane al pane e vino al vino, ce ne eravamo accorti da tempo. E non in campo gastronomico ma ora sulle omelie domenicali in parrocchia. Che chiunque  frequenti le messe sa quanto siano troppo spesso capaci di sfiancare la resistenza di ascolto di un maratoneta. Tanto che lo stesso Francesco, che pure tutto può essere tranne che un ammazzapreti, ha dovuto darne il tempo massimo ai suoi. Ligio, in questo, non alle regole dei <talk show> televisivi, dove dopo trenta secondi ti mozzano la lingua. Ma ligio all’evangelico <che sia il vostro parlare, sì sì, no no, perché il di più viene dal Maligno>.  Ma non è solo questione di Maligno. Capace di tutto, come sappiamo. Ma tanto più capace di tutto quanto più anime pie ancorché logorroiche di sacerdoti gli danno un mano.

 LUNGHE DA MORIRE Il fatto è, ha detto papale papale il papa, che dopo dieci minuti di predica anche il fedele più timorato di Dio comincia a distrarsi. Non si vuole insinuare che possa andarsene al sonno, che diamine, non è modo. Ma che si metta a chiacchierare col vicino, sì, le è piaciuto quest’anno Sanremo? Addirittura Francesco ha ipotizzato che qualcuno possa uscirsene a fumare una sigaretta, tanto quello non la finisce per ora. Se non a filarsela del tutto. Mostrando, il santo padre ce lo permetta, molta più sfiducia nel suo popolo di quanto il popolo stesso osi pensare. Addirittura l’ardire di una sigaretta mentre magari dal pulpito si minaccia il fuoco dell’inferno per i vizi dell’uomo (e della donna), non escluso il fumo. Che diamine.

 Ma che ci sia un problema di omelie, non ci voleva che ce lo dicesse questo papa da fine del mondo (nel senso che viene dall’Argentina). E non è solo questione di minutaggio. E lasciamo stare che Bergoglio sia un gesuita, e che i gesuiti siano gente pratica. E’ vero che l’omelia parte sempre dalla sacra scrittura del giorno. Ma è anche vero che in duemila anni, perlomeno non si parla più come al tempo dell’impero romano, e nemmeno latinorum arrangiato. Ed è vero che qualche personaggio delle sacre scritture non è popolare come un Fiorello. Insistervi sarebbe crudeltà mentale. Né si possono sparare tante di quelle parole iperboliche, di quei concetti ellittici, di quelle sottigliezze paraboliche da scristianizzare anche un santo.

 Con tutto il rispetto, ma io che vado in chiesa voglio anzitutto sapere cosa mi direbbe oggi Gesù. Io che vado in chiesa la domenica, ho addosso il peso della settimana. Che quasi mai è reduce da una vacanza ai Caraibi. Più probabile che sia reduce da una sempre più diffusa fatica di vivere. Vado in chiesa col desiderio di ristorarmi. E se una parola cerco, è più una parola buona che una parola petulante. Tanto meno una parola troppo alta perché possa scendere alla mia bassezza. Una parola che ci permetta, il lunedì, di ricominciare. Che ci dica cosa il famoso vangelo (che dovrebbe sempre guidarci) consigli di fare. In famiglia, nella società, a scuola, nel lavoro, nella giungla cittadina. Che ci ricapitoli ciò che è bene e ciò che è male vista la confusione. Ma con carità più che con le fiamme dell’inferno. Chi va in chiesa la domenica cerca la grande assente di questi giorni. Cerca una speranza.

  FATE COME GESU’ Cari sacerdoti, non trattateci come sacchi da riempire. Noi fedeli viviamo una vita concreta come voi. E quella mezzora in chiesa somigli più alla nostra vita sulla Terra che a una su Marte. Parlateci, per favore, come parlereste a un amico se non a un familiare. A un amico o a un familiare che, più che un trattato di oratoria, chiede un incoraggiamento. E che, tutto sommato, ciò che è peccato lo sa tanto quanto sa che non bisogna farlo, ma non sa come non farlo. Spronateci più di sgridarci. Soprattutto dateci la sensazione che vi esca dal cuore più che dalla laurea in teologia. E’ vero che anche Gesù, quando era il caso, le urlava nelle orecchie ai suoi discepoli, che non sempre erano fior di galantuomini. Ma pare che gli parlasse più con la pietà dell’uomo che con l’alterigia degli scribi. Si racconta di alcuni vostri colleghi capaci di citare un filosofo tedesco dell’800 ma anche Gigi D’Alessio. O Dante e Masterchef. Magari anche il secondo principio della termodinamica ma con un sorriso. E uno straccio di verità fra tante falsità (pardon, <fake news>).

 Si racconta anche di un vescovo che aveva iniziato il suo sermone con un <Io credo…>. Una sorpresa tanto piacevole quanto inaspettata per i presenti. I quali, convinti che fosse passato direttamente, appunto, al Credo, si sono messi velocemente a recitarlo. Sarebbe stata l’omelia più corta della storia. Chissà se per la gioia di Francesco. Ma ora non esageriamo. Perché questo papa sarà un po’ strano per tanti rimasti fermi ai roghi delle streghe. Ma in fondo nulla fa credere che non sia un cattolico anche lui.