Quando la famiglia arriva a ridurre la coppia in poltiglia

Martedė 20 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 A CASA TUTTI BENE – di Gabriele Muccino. Interpreti: li leggerete nella recensione. Commedia, Italia, 2017. Durata: 1 ora 40 minuti. 

Non la invitate mai questa alluvionata di parenti per le vostre nozze d’oro. Altrimenti non vi lamentate se scoprirete da un lato che sono un po’ parenti-serpenti. Dall’altro che, dietro il loro perbenismo borghese, si nasconde una quantità di corna che neanche tutti i tori di Spagna. E una quantità di bugie di fronte alle quali Pinocchio sarebbe un cherubino. Anche se inesorabilmente assicureranno che <A casa tutti bene>, benché ci siano tanti panni sporchi da lavanderia industriale.

 Avviene così che per i loro 50 anni di matrimonio Alba e Pietro (Stefania Sandrelli e Ivano Marescotti), benestanti proprietari di un ristorante, convochino tutta la loro famiglia allargata e sparsa di qua e di là. Villa raffinata a Ischia. Arrivano la figlia Sandra (Sabrina Impacciatore) col marito Diego (Giampaolo Morelli), il figlio Carlo (Pierfrancesco Favino) con la seconda moglie Ginevra (Carolina Crescentini) essendoci però anche la ex Elettra (Valeria Solarino), l’altro figlio Paolo (Stefano Accorsi), scrittore e giramondo scapocchione. Ma anche la sorella di Pietro, Maria (Sandra Milo) col figlio Sandro (Massimo Ghini) e la moglie Beatrice (Claudia Gerini), e col figlio Riccardino (Gianmarco Tognazzi) e la compagna Luana (Giulia Michelini) più la nipote Isabella (Elena Cucci). E con nipotume di ogni taglia anagrafica.

 Si risolverebbe tutto con la cerimonia in chiesa, il pranzo e poi via di nuovo sul traghetto, se la trappola di una mareggiata non bloccasse i traghetti e la bella compagnia. Tanto infastidita quanto così disabituata a coesistere che va a finire in vacca. Disabituata a coesistere anche come coppie singole, che inesorabilmente scoppiano. Tradimenti, insofferenze, rancori, sopportazioni, gelosie il cui filo conduttore collettivo è un amaro <come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto>. Niente di più, del resto, della quotidiana fatica del vivere coniugale che sperimentiamo ogni giorno. Con i figli vittime. E colà con unici momenti di tregua un piano attorno al quale si riuniscono per cantare Cocciante o Jovanotti in un coro solo canoro quanto falso.

 La macchina da presa di Gabriele Muccino saltella attorno a loro con la riconosciuta abilità di raccontare il nostro tempo. Di tenere insieme tanti personaggi. Di coglierne i conflitti. Non se ne salva uno. Tranne Riccardino che, essendo un disperato senza una lira, perlomeno appare per quello che è. Ma anche qui Muccino fa il Muccino. Nel senso di attizzare il difetto attribuitogli di rimanere sempre in superficie, di non approfondire mai. Come se i suoi eroi negativi bastasse mostrarli e domani è un altro giorno. Gli intellettuali direbbero che non c’è l’analisi. In effetti anche qui ogni scena sembra uno spot. Come in un copia-e-incolla. Domanda: ma mostrare non è comunque denunciare?

 Non sapendo (o volendo) rispondere neanche il vostro recensore, risponda ciascuno del pubblico. Che magari si sentirà assolto di fronte alle miserie altrui. Aggiungendosi qui il pregio della prova di bravura di un cast stellare nel quale ciascuno è in gara con gli altri. Con le musiche di Nicola Piovani spesso strappa-emozioni spicce. E col ricordo di altri film del genere, dallo struggente <Stanno tutti bene> di Tornatore (con Marcello Mastroianni) alla riedizione americana con Robert De Niro. Buon ultimo <Perfetti sconosciuti> di Genovese, dove galeotto è il cellulare. Momenti diversi e anche lontani ma col risultato medesimo: la fedeltà coniugale è contro natura? Ma no, non esageriamo. Di sicuro però è che non c’è nulla di più complicato al mondo che stare in due.