Nč faccioni nč comizi ( e nemmeno vota Antonio )

Venerdė 23 febbraio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Nostalgia, nostalgia canaglia, canta Al Bano. Ma tutto si può dire, tranne che si sia nostalgia di faccioni di politici in questa campagna elettorale. I tabelloni piazzati nelle città sono come un deserto dei tartari. E le prime vittime sono quei pirati di attacchini che colpivano di notte come Arsenio Lupin. Un po’ perché è tanto il discredito che neanche il più fotogenico se la passerebbe liscia. Ci metterebbe, appunto, la faccia, figuriamoci il faccione. Un po’ perché sono tempi talmente scostumati e arrabbiati che andrebbero a fare i baffi anche alla Gioconda. Ma soprattutto perché, se il futuro non è più quello di una volta, figuriamoci la politica.

 Non ne parliamo neanche di <Vota Antonio, vota Antonio> alla Totò. Né dei comizi. Se si votava d’estate quando Craxi diceva che era meglio andare a mare, perlomeno non dispiaceva seguirne qualcuno in piazza. Ma ora fra freddo, e non solo perché ce lo dice il colonnello dell’aeronautica. Fa freddo perché neanche le sere sono più quelle di una volta. Fra pericoli e baby gang. E senza che ci sia più un sindacato, una associazione culturale, una confraternita che si occupi del palco, dei microfoni e dei pullman per portarci la gente. Insomma quelli che si chiamavano corpi intermedi, le reti sociali.  

 Uno dice, e poi, c’è la televisione. Ma proprio neanche. Rimasto nel mito il duello fra Prodi e Berlusconi (<Lei si affida come gli ubriachi ai lampioni>; <E lei non si vergogna di prestare la sua faccia di curato bonario?>). Bruno Vespa andrebbe a Lourdes pur di bissare qualcosa di simile oggi. Che non c’è, come ognun s’accorge. Perché a lungo insistere anche i <talk show> televisivi sono diventati più noiosi di un programma di Fabio Fazio. Tanto che se ci invitano un candidato, devono al più presto far entrare anche un comico, altrimenti si cambia canale.

 Né si vede più in giro un santino neanche a pagarlo in bitcoin. Quelli che finivano nella spazzatura alla velocità di una Ferrari. Ma dei quali se ne stampavano anche centomila a botta, uno uno sarebbe sempre restato. Vuote oggi anche le cassette postali prima più rigurgitanti di un cassonetto. Crisi nera delle tipografie, per le quali un tempo l’appuntamento con le urne era un Bingo buono per quattro anni. Complicato anche con gli slogan, se il congiuntivo è diventato un’opinione anche per la ministra dell’istruzione. Benché un Razzi fosse ugualmente eletto.

 Appena appena funziona ancòra andare per mercati, polisportive e circoli del tressette. A far sfogare la gente. A prendere appunti. A sparare quelle promesse che se mantenute costerebbero mille miliardi. Università e bollo auto gratis, reddito minimo garantito anche agli sfaticati, tasse al 15 per cento, in pensione a 60 anni. Ma funziona soprattutto per fare selfie, altro che bagni di folla.

 Restano i padroni dei voti, quelli che ne hanno i <pacchetti> da passare al migliore offerente. Più immortali di un pastore sardo. E legittimi, per carità. Ma spesso più opachi di acqua stagnante. A volte dalla movimentata carriera giudiziaria. E comunque più ricercati di un allenatore per la povera nazionale italiana di calcio. E in un rapporto con la democrazia come i travestimenti di Brachetti.

 Raschia raschia, restano Facebook, WathsApp, Instagram. Quelli che si chiamano <social>. E che sono del resto il nostro abituale mezzo di comunicazione non solo in questa occasione. Insomma un messaggio sommerso che raggiunge milioni di persone. Mirato e preciso come un laser. Con brevi video, mini appelli, <mi piace>. Comunicazione ora usata anche dal papa. E, manco a dirlo, da un Trump. Con un Salvini, per dire, che vanta il sorpasso su Grillo come numero di <amici>, nuova regola di notorietà più che di rispettabilità.

 Ma non è solo questione di nuove tecnologie. E’ una campagna fiacca per argomenti fiacchi. Mancanza di leader tranne i quattro di Pd, Forza Italia-Lega, Movimento5Stelle, ciascuno dei quali, più che un leader, ritiene l’altro una mezza calza. Risultato incerto con nessuno che si concede al duello. Non ci sono i candidati premier come col maggioritario. Voglia di impegnarsi in alleanze più scarsa della simpatia del masterchef Carlo Cracco. Sistema proporzionale senza preferenze, quindi con gli eletti stabiliti da loro. Declino, come si è visto, del voto organizzato. E con coalizioni che è meglio che non si espongano troppo per non sfasciarsi prima del 4 marzo.

 Non da meno gli elettori, più di pancia che di ragionamento. Con una paura che sembra l’unica ispiratrice tanto più quanto è fomentata. Non ci fossero gli immigrati, bisognerebbe inventarli per avere un argomento. E’ vero che c’è ancòra una massa di indecisi che potrebbero far suicidare i sondaggi. E ci sono quelli da convincere ad andare a votare. Ma avendoci già promesso di tutto, non ci resta che decidere per conto nostro. Possibilmente meglio di loro.