I voti che contano e i voti che pesano

Venerdė 2 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Fotografia del Sud alla vigilia del voto. Che non può non partire dalla crisi del 2008. Una buriana, altro che <burian> della neve. In sette anni ha perso il 13,2 per cento del suo reddito, cioè si è impoverito di tanto. Anche il Centro Nord non se l’è vista bene, perdendo però il 7,2 per cento, diciamo la metà. Ma partivano già da un divario di oltre il 40 per cento: cioè se lassù guadagnavano 100, qui si guadagnava 60. Ora ancòra peggio, visto che loro hanno quasi recuperato tutto. Agli attuali ritmi di ripresa (che c’è anche qui) il Sud dovrà aspettare almeno il 2025 per tornare come prima. E recuperare i 500 mila posti di lavoro persi. Mentre negli ultimi quindici/vent’anni 200 mila meridionali sono andati via, in buona parte giovani e laureati.

 C’è stato però il 2016 in cui è avvenuto qualcosa che al Sud non si vedeva dai tempi della Cassa per il Mezzogiorno. E’ cresciuto (in percentuale) più del resto del Paese, anche se è durato lo spazio di quell’anno. Quando c’è stato un boom dell’agroalimentare (e della sua esportazione). Un boom del turismo. E una buona fetta finale della spesa dei fondi europei. Casuale anche se reale. Mentre con gli ultimi giorni del governo Renzi e con quello Gentiloni non si può proprio dire che il Sud sia stato più ignorato degli sciatori italiani alle Olimpiadi.

 I Patti per il Sud sono stati una raccolta di fondi già esistenti più che un nuovo ingresso. Ma li si è vincolati a programmi precisi da realizzare (una strada, un aeroporto, un ospedale). E con tempi altrettanto precisi. Burocrazia permettendo, ma con quella non basta neanche padre Pio. I fondi arrivano in rate che definire a lungo termine non è così esagerato. E nel frattempo una batteria di bocche di fuoco a favore del Sud si è messa in moto, chissà se più efficace di tante batterie a salve del passato.

 Ma insomma. Niente contributi a carico delle aziende che assumeranno giovani. Il programma <Resto al Sud> per non farne partire altri 200 mila (ancorché ora partano da tutta l’Italia), anzi per stimolarne le capacità di intra-prenditori, cioè intraprendenti imprenditori di se stessi. E terra a disposizione di chi capisca che non è più la Cenerentola che fa vergognare di diventare contadini. Ora al Sud i nuovi contadini hanno la laurea e usano i droni. Resta però tutta in piedi, o poco meno, quella insufficienza di infrastrutture e servizi pubblici che scoraggia invece di incoraggiare gli investimenti al Sud. E che continua purtroppo ad avallare l’alibi di chi dice che quaggiù non si possa fare niente, pur essendoci incredibili esempi di quanto si sia fatto e si faccia. Nonostante tutto. Talché il Sud potrebbe essere una piccola università in cui chiunque impari come si possa il più col meno. E di come spesso il fatalismo sia la pigrizia dei mediocri.

 E però, e però. Avendo il Sud il 34 per cento della popolazione, non dovrebbe essere solo una barzelletta della logica dire che dovrebbe ricevere almeno il 34 per cento della spesa dello Stato. Perché finora la barzelletta è che non è avvenuto. Essendosi quella spesa fermata alla media del 28 per cento. Un sei per cento in meno in decenni. Che in un solo anno, per capirci, avrebbe significato quei 500 mila posti di lavoro ancòra da recuperare. Figuriamoci il resto. E minore spesa pubblica che si è tradotta anche nell’eterna incompiuta di quei servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti) e di quelle infrastrutture che relegano il Sud sempre in coda alla qualità della vita. Facendolo vergognare invece di chiedergli scusa. Il ministro De Vincenti aveva assicurato il via entro febbraio. Se ne riparlerà col nuovo governo. E chissà con quali intenzioni.

 Ora benché siano tutti sono convinti che la partita elettorale di dopodomani si giocherà proprio al Sud, mai del Sud si è parlato così poco come questa volta. Una genialata, ma nessun partito escluso. E la storia d’Italia dimostra che è sempre stato proprio il Sud il più stabile del reame. Quello che col suo voto ha difeso l’Italia da tutti gli <ismi> (dai socialismi, ai comunismi, ai terrorismi) che l’hanno attraversata. Un po’ perché Sud spinto dal bisogno e legato all’assistenza da non perdere. Un po’ perché (ne ha scritto il direttore De Tomaso) più bisognevole di stabilità come sempre avviene per chi sta peggio. Pur non avendo quasi mai potuto contare su programmi a suo favore che lo facessero sentire Italia come il resto.

 Chi ha letto le previsioni prima che i sondaggi tacessero, si sarà fatta un’idea dell’aria che sembra tirare ora al Sud. Specie perché se come sempre al Sud si chiedeva pane, gli si sono offerte (se pure) brioches. Insomma il suo voto sarà come sempre determinante per tutti. Anche se non è detto che se l’Italia si farà ancòra una volta al Sud, ciò voglia dire che finalmente si farà anche il Sud. La differenza fra voti che contano e voti che pesano.