La lunga marcia verso il voto del Meridione

Martedė 6 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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L’hanno sùbito definito <ribellismo del Sud>. Staremo a vedere se ribellismo è stato, che ribellismo può essere stato e dove porterà. Certo, che tutto il Sud, ma proprio tutto, votasse Cinque Stelle, magari non se l’aspettavano né il Sud né, forse, i Cinque Stelle stessi. Ma che la possibile nuova Italia sia nata al Sud, un senso di sicuro ce l’ha. E un senso storico, ancorché solo i distratti non si siano mai accorti di due cose.

 Primo, che se nella sua storia unitaria siamo diventati un Paese fra i più ricchi partendo dalla povertà, la sua parte rilevante ce l’ha il Sud, altro che zavorra. Fra tasse, consumi, emigrati, intellettuali. Secondo, che il Sud ha sempre avuto la funzione strategica di garantirne la stabilità politica. Come serbatoio di consensi, cioè di voti. E voti governativi, non fosse altro che per campare, essendo stato il Sud perdente destinato più all’assistenza che agli investimenti rispetto al resto della penisola. Fino a esserne il ventre democristiano (i <boia chi molla> sono apparsi solo a Reggio Calabria e per una questione locale). Sud moderato. Mentre al Nord infuriavano di tanto in tanto venti massimalisti (dal fascismo allo scontro nella Resistenza). Ultimo il leghismo. Anche così si è sviluppata una classe dirigente meridionale della quale si dice peste e corna. Ma che in parte somiglia a Jessica Rabbit: non sono cattiva, è che mi disegnano così.

 Nessuna giustificazione, solo una spiegazione. E’ verosimile che quella classe dirigente ci abbia messo anche di suo. Ma in un Paese in cui uno come Andreotti non vedeva aquile. E in cui, oltre che le scuole di Buona Politica, ne dovrebbero fare di Buona Società Civile. Al Sud come al Nord. Finché domenica c’è stata la rottura, col voto cosiddetto anti-sistema. Muoia Sansone con tutti i filistei. Inducendo qualche figuro a dire: hanno scelto il reddito di cittadinanza.

 Che questo reddito ci sarà mai, è tutto da vedere. E che i Cinque Stelle siano stati molto più prodighi di altri nel parlare di Sud, non si può neanche giurare nella campagna elettorale in cui di Sud si è sentito solo nei bollettini metereologici. Ma il Sud li ha scelti in massa. E non tanto perché non avesse nulla da perdere. Ma per un atto tanto di fiducia in loro, quanto di sfiducia negli altri. Molta sfiducia. E tanto giustificata, che negarlo sarebbe dire che in questi giorni c’è stato il solleone.

 Diciamoci la verità. Molto Sud tace. Perché scoraggiato, o convinto che nulla possa mai cambiare. Per non parlare della lunga campagna leghista (leghista Nord). Che, danneggiando e rapinando il Sud con le sue politiche per spostare le risorse dalle sue parti, come giustificazione ha provato a far passare i meridionali come colpevoli della loro condizione in quanto inferiori. E allora che vogliono? Tanti altri meridionali sgobbano con successi imprenditoriali che le università del mondo dovrebbero studiare come esempi di come ottenere il più col meno. Altri, come i giovani soprattutto, cercano futuro altrove. C’è anche una parte di Sud cui conviene restare Sud per lucrare fondi o incentivi, in un Paese però in cui appena un industriale può vendersi, lo fa. Vedi Italo e La Perla, ultimi casi di gioielli finiti all’estero.

 E però al Sud gli anziani muoiono prima anche perché si finanziano di più le regioni dove ci sono gli anziani più ricchi. Molti non si curano più.  E povertà assoluta. Nello stesso modo si condannano a morte le università del Sud. Si danno gli asili pubblici soprattutto al Nord e poi gli studenti meridionali devono fare i fenomeni per reggere il confronto con chi più ha avuto fin dai primi insegnamenti. Il Sud nei sette anni di crisi ha perso il doppio del suo reddito rispetto al Centro Nord  e chissà se potrà recuperare entro il 2025 senza investimenti pubblici (investimenti, non regali). La spesa pubblica al Sud è stata in media finora del 28 per cento pur essendo la popolazione meridionale il 34 per cento. Sono 85 miliardi all’anno, e in un solo anno avrebbero potuto ridare i 500 mila posti di lavoro persi. Ancòra oggi lo Stato spende 4350 euro in meno per ogni meridionale (con danno per i servizi essenziali e la qualità della vita). Al Sud ci sono meno ferrovie che nel 1938 e l’alta velocità non gli spetta perché no. Matera capitale europea della cultura 2019 non ha le ferrovie dello Stato. Si devono indicare i porti per il collegamento con la Via della Seta cinese e si indicano Trieste e Genova. 

 Il fatto è che nell’era di Internet si può tutto accertare nel bilancio <on line> dello Stato, altro che piagnonismo. E c’è chi si chiedeva come mai non ci fosse stata finora nessuna turbolenza di piazza. Finché è arrivata domenica. Turbolenza democratica. Anche per dire un <basta> che è impegnativo per i meridionali non meno che per i Cinque Stelle. Una piccola rivoluzione con conseguenze non solo al Sud. Laddove però bisogna seguire passo passo i rancori. Perché evolvano in mutazione non sfilacciandosi in conservazione.