Scusi, ha visto un po’ di silenzio ?

Sabato 10 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Se non altro perché nella bocca chiusa non entrano le mosche. Lo diceva  Miguel de Cervantes Saavedra, insomma l’autore del <Don Chisciotte della Mancia>. Il quale non si sa se credesse davvero alla necessità del silenzio, o se avesse un problema personale di insetti nella sua assolata Spagna. Ma silenzio non per condannare qualcuno al monachesimo forzato, quando poteva avvenire che le uniche parole che si ascoltassero in una giornata fossero quelle del confratello che ti ricordava che dovevi morire. Ma soprattutto perché usciamo da una campagna elettorale in cui il più garbato nei toni, occorre dirlo, era proprio il massimo rappresentante della bomba che stava per esplodere. Luigi Di Maio, appunto, e lasciamo stare gli spiritosi secondo i quali è un perfetto modello per vestiti della prima comunione. O il tipico nipote preferito dalle nonne.

 ELEZIONI MAI FINITE Gli è che se ci sono stati risparmiati i faccioni stradali di chi non aveva neanche il coraggio di metterci la faccia, o i faccia a faccia televisivi perché nessuno considerava la faccia altrui degna della sua, per il resto il silenzio è stato più o meno quello di una Curva Nord. Come in un continuo <talk show> che fra l’altro mai sono stati così mosci come questa volta, nonostante i Salvini e gli Sgarbi chiamati apposta per vivacizzare. Campagna elettorale, tuttavia, nella quale magari non si fosse capito un tubo solo per eccesso di urla. Si sarebbe capito poco anche se avessero sussurrato come uccellini di un cartone di Disney. E senza neanche uno di quei mitici vecchi comizi in piazza che erano versioni laiche delle feste patronali. Col palco, le luci, la musica, le nocelline e il Candidato che non arrivava mai. E che ogni volta che alzava il tono, partiva il battimano dei vecchi: <Sta bene all’onorevole>. Anche se sùbito dopo chiedevano cosa aveva detto. E se per caso non avesse parlato di aumento delle pensioni.

 Ora, prego, accomodiamoci nella sala d’attesa di un medico di famiglia. Dove è tutto un concerto di tastini stereofonici di cellulari che pigiano con la stessa frenesia di una linea rossa antinucleare fra Russia e America. E in cui se il signore deve dire a casa che ce ne sono altri due prima di lui e quindi piatto a tavola più tardi, sembra che lo urli apposta perché lo senta anche il dottore e si sbrighi. Anche se ha dentro uno tanto in salute che, se fa un colpo di tosse, gli viene l’arresto cardiaco. Per non parlare di un qualsiasi 112 sbarrato in cui se uno se ne sta rannicchiato per cavoli suoi e non a mano armata di smartphone, possono chiamare il 113 per segnalare un tipo pericoloso. Insomma la tecnologia ha talmente alzato il volume, da aver dato voce anche a chi non ci pensava proprio. E che era meglio che non ci pensassero, visto il livello medio di ciò che si fa ascoltare agli altri (che non sono meglio di loro).

 RUMORE DI FONDO Insomma è il silenzio il grande sconfitto di un tempo in cui, anche se dovessimo stare tutti zitti, gracchia un rumore di fondo come una motosega sempre accesa. Perché il timore maggiore sembra quello di essere condannati, appunto, al silenzio. Alla irrilevanza sociale nella massa. A non contare se non stai un minuto sì e l’altro pure a mandare qualcosa a qualcuno, anche la foto del tuo cane che quant’è carino quando fa la pupù (magari poi non te ne fregassi di raccoglierla). Sembra addirittura sacrilego scomodare nostro padre Dante, il quale colloca appunto il rumore nel suo Inferno (oggi, volgarmente, diciamo che c’è un casino d’inferno). Inferno dantesco in cui si sbraita in mille lingue e volano opportunissimi sberloni. Ciò che se fosse imitato nella vita reale, sarebbero gli unici decibel benefici ed educativi.

 Ma che fai, entri in un bar e sei preso da una botta di musica che senza quella il caffè sarebbe più sciapito. Non ne parliamo se vai a comprarti un paio di jeans, non riesci neanche a far sentire che misura vuoi. Non c’è isola pedonale in cui non si piazzi un tipo tatuato e persingato (cioè con i persing anche nelle pupille) che non spari il suo amplificatore da concerto da stadio, mentre vorresti la carezza di un’arpa. E anche la prima classe ferroviaria dove credevi di trovare soffici non solo i divani, ora è la più frequentata arena di tutti quelli convinti che, più telefonate fanno, più impressione di potere danno. Potresti provare con una biblioteca, ma sono meno frequentate di un cimitero di notte.

 Proprio perché siamo reduci dal fronte di una campagna elettorale, ci si potrebbe chiedere se la democrazia ha ancòra qualche speranza in un tempo in cui si parla tanto insieme da non capire più nulla nessuno. Babele, caos di lingue che significava perdita della ragione. I saggi dicono che nello stile di vita di ognuno ci vorrebbe almeno un’ora al giorno di silenzio. Magari solo ascoltando il ronzio del proprio cervello. Oggetto più in disuso di un orologio a cucù.