E per il Sud soffia un’aria di trappolone

Venerdì 16 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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No, non è il duello-scudetto fra Napoli e Juventus. Qualcosa di molto poco calcistico serpeggia in questi giorni dopo il voto del 4 marzo. Qualcosa legato alla spaccatura fra il Nord di centrodestra e il Sud grillino. Con chi ha semplificato parlando di Nord che vuole la <flat tax> per non pagare le tasse (e non è vero) e di Sud che vuole il reddito di cittadinanza per non lavorare (e non è vero). Fino all’evoluzione della specie di chi ha parlato di grido d’allarme del Nord che traina il Paese. Un colpo a sorpresa come se poi lo scudetto lo vincesse l’Inter, essendosi fin qui generalmente ritenuto che il grido d’allarme sia arrivato dal Sud. Stiamo a fare anche la guerra dei decibel come a XFactor?

 Cercando ancòra di capire, ecco il resto: è l’ultimo appello del Settentrione, ora serve un riequilibrio col Meridione. Laddove sarebbe un sospirone del suddetto Meridione notoriamente da sempre invocante il riequilibrio. Illusione dolce chimera sei tu, cantava Aurelio Fierro, un giurassico del secolo scorso. Perché codesto riequilibrio lo pretende il ricco Nord col povero Sud. Cosa mi dici mai?, si chiedeva Topo Gigio. Proprio così: perché (testuale) <c’è sempre meno disponibilità da parte del Nord ad accettare ingiuste logiche di assistenzialismo al Sud>. E perché (testuale) <la frattura fra chi paga e chi riceve si è tradotta in schede: inutile far finta di nulla>.

 Si potrebbe obiettare sull’assistenzialismo in un Paese che (chi più chi meno) è e vorrebbe essere tutto assistito, altrimenti chi lo fa quel debito pubblico? Si potrebbe obiettare su chi paga e chi riceve solo chiedendo alla Banca d’Italia quanto poi chi riceverebbe restituisce con gli interessi. E quanto reddito cosiddetto <differito> producono i milioni di meridionali che sono al Nord. Ma non possiamo farla finire a Bar dello Sport.  Perché il vero succo arriva adesso, all’ultimo sorso. E cioè i sussurri secondo i quali c’è una immediata soluzione al rebus su che governo fare, più complicato del cubo di Rubick. Il governo spetta a chi ha il Pil più alto. Insomma alla parte più produttiva del Paese. Insomma, per i duri di comprendonio, al Nord.

 Si fosse saputo, non si sarebbe andati neanche a votare, essendo notoriamente più ricco il Nord. Laddove la povertà sarebbe una colpa e non una circostanza. E laddove il povero sarebbe un inferiore destinato a restarlo fossilizzato come in una miniera di carbone. Altro che ascensore sociale che non funziona, altro che figlio del muratore che non diventerà mai ingegnere, altro che Sud che resterà sempre Sud. Roba di fronte alla quale il feudalesimo sarebbe stato una botta di democrazia, di Società dei Giusti.

 Ma sarebbe scortese attribuire agli untori di tale teoria una intelligenza inferiore a quella di un comodino. Perché qui, contrariamente a quanto riteneva Totò, la somma fa il totale. Qui a prima vista significherebbe centrodestra al governo, anzitutto Lega (ex Nord). Significherebbe Sud escluso anche ora che dalle sue parti un partito è stato il più votato d’Italia, piaccia o non piaccia (quel partito e il Sud). Il tutto non sponsorizzato da un chiacchiericcio da dopo cena in salotto. Ma da Poteri Forti capaci come sempre di non limitarsi a suggerire o, appunto, a sussurrare.

 Ma è solo l’inizio. Ché se l’approdo finale fosse un governo fra Lega (ex Nord) e Cinque Stelle, sarebbe un incesto che non si potrebbe far passare come una alleanza qualsiasi. Tanto meno come una alleanza fra Nord e Sud, figuriamoci. Anche se si parla di unione civile a termine per fare una nuova legge elettorale e rivotare ad ottobre. Ma gli elettori sono come il vento.

 C’è insomma aria di trappolone per il Sud. Qualche mese prima delle elezioni, la Swg di Trieste lanciò l’allarme su una atmosfera pre-insurrezionale nel Mezzogiorno. L’avessero presa sul serio, magari non avrebbero lasciato campo libero ai grillini poi indignandosene. Probabile che questa scoperta a cose fatte (oltre al pregiudizio antimeridionale) sia alla base della sentenza contro il voto al Sud come oscurantista e antimodernista. La volpe che non arriva all’uva. Ma se uno dimentica un problema, o finge di non vederlo (e non da oggi), prima o poi il problema gli salta addosso. Ha scritto Michele Serra: <Si chiamava questione meridionale, si chiama rimozione meridionale>.

 Ora il problema è ancòra là. Con l’aggiunta di una protesta democratica che non si è alimentata solo di rabbia, ma si è caricata anche di una attesa. Ogni delusione post-elettorale non sarebbe solo un interrogativo sul partito cui si è affidata quella protesta. Ma il sospetto è che non serva una Swg per capire che nessun Sud può continuare a vedere aumentare i suoi poveri assoluti e i suoi giovani andar via. Così, solo come un destino.