< Oltre la notte > Diane Kruger e l’ossessione della vendetta

Domenica 18 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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OLTRE LA NOTTE – di Fatih Akin. Interpreti: Diane Kruger, Denis Moschitto. Drammatico, Germania/Francia, 2017. Durata: 1 h 41 minuti.

 Cosa ci può essere <Oltre la notte> della propria vita? Quando d’improvviso la notte è una bomba che ti manda in frantumi la famiglia. Come avviene per Katja, tedesca di Amburgo che ha sposato un curdo mentre lui era in carcere per spaccio di droga. E che ha avuto un figlio molto sveglio, il quale dice parolacce imparate (figuriamoci) alla scuola di violino. E che li perde in un attentato all’ufficio in cui erano senza che nulla facesse presagire un pericolo. Ma perché?

 Va a finire che la polizia, più che andare a caccia degli assassini, comincia a scavare nel passato delle vittime. Adombrando una <turkish connection>, una faida tra immigrati nell’eterno conflitto etnico turco. O una resa di conti nella malavita. Senza curarsi di lei che dice: sono stati i nazisti. In quella lunga drammatica stagione di terrorismo che fra il 2000 e il 2007 fece in Germania una decina di vittime, fra cui un poliziotto. Con questa accusa viene poi processata una giovane coppia. Assolta però per i troppi dubbi. E i troppi pregiudizi, compresi quelli sulla limpidezza e credibilità della stessa Katja alla deriva nella cocaina.

 Il film è allora questo. La lunga disperata angoscia della donna, bionda madre e moglie dolorosa, devastata tra fragilità e desiderio di vendetta, fra annientamento e determinazione, fra incertezza e ossessione. Una rabbia ipnotica e un lutto che non riesce ad elaborare mentre il suo avvocato ha fiducia nell’appello. E mentre si dipana lo scenario rabbrividente ma sottovalutato della stagione dell’odio e della paura che ancòra viviamo. Una stagione che vide gli estremisti hitleriani collegati ad altri in Europa, compresa qui <Alba dorata> in Grecia.

 Il film è soprattutto la formidabile interpretazione di Diane Kruger, tornata in patria dopo la parentesi hollywoodiana, premiata come miglior attrice a Cannes. Il film è non solo l’interrogativo dell’eroina su cosa fare, vendetta ma quale? Ma anche su quale futuro morale del mondo. E il finale, del tutto imprevedibile, è un pugno nello stomaco ma anche la scelta ideologica più discussa. Col tatuaggio di un samurai sullo sfondo.

 Film certo non perfetto ma Golden Globe per il miglior straniero. Con tre capitoli un po’ didattici, fra psicologico e thriller, con la regia essenziale del 44enne tedesco anch’egli di origine turca Fatih Akin (<La sposa turca> e <Soul kitchen> i suoi precedenti). La livida fotografia e il rock languido di Joshua Homme ne completano la cupa atmosfera. Ma film che si segue sempre e prende per la gola. E nel quale ciò che conta è la domanda che coinvolge lo spettatore, visto ciò che poi fa Katja: l’avremmo imitata?